
venerdì 31 ottobre 2008
V V V. VECCHI VIGLIACCHI e VITTIME

domenica 26 ottobre 2008
GENTE INUTILE

In giro non si vede anima viva, con questo umido che ti penetra l' anima e ti raggiunge le spalle ovunque sei più debole indifeso, allora i cristiani stanno a letto, si girano e coprono, tirano le coperte che non bastano mai per lunghezza , per leggerezza.
Fingono di avere sonno di essere stati derubati nel tempo, fanno confusione tra tempo reale e legale e basta poco o nulla per grugnire quasi con terrore che prima o poi bisogna alzarsi.
Io che ci faccio quì, forse non so, agisco e penso come un automa , passo dalla vetrina illuminata della libreria di cui sono innamorato, mi fermo a leggere gli ultimi titoli osservo le copertine ancora vergini ed ho di fianco una suorina nuova che per un attimo ruba a dio un pò di tempo per osservare ed ammirare anch' ella.
Non sono preziosi collane ori, sono libri scelti novità per sapere tenere la testa sveglia, eppure solo a guardarli pare già costino troppo per le mie tasche, sono cari belli e lo sa la suorina che dovrà recuperare il tempo pregando più veloce dentro il Carmine vuoto sempre enorme e freddo e buio.
Solo poche candele dalle fiammelle arrugginite indicano gli altari le immagini ed in fondo si sente la croce la pala l' inutile sacrificio chè gli uomini sono di una natura bugiarda infida prezzolata.
Mi muovo col giornale in mano dopo la scorsa veloce visto i titoli che mi interessano sperare che la grande protesta di ieri a Roma prima o poi serva a qualcosa.
Che faccio allora, torno al Centro, anche se di domenica i normali non lavorano o faccio quattro passi verso i vicoli tanto amati dal Valeri
E mi son perso il ricordo della lacerata luna arancione di stamattina presto era uno spicchio appena appena non illuminava faceva solo presenza sopra il Muson dei Sassi, ormai senz' acqua colmo troppo di pietre per il ponte nuovo.
Farò quel giro di vicoli scuri che anche di giorno in estate mai raggio di sole illumina,gli stessi vicoli menzionati dal Valeri in quella filastrocca come quella poesia che tutta mi piaceva, La Gioia Perfetta ,dedicata appunto al vicolo povero e solo.
Passerò in Via Altinate arrivando sino al vecchio tribunale, ove già smontano la mostra fotografica, dedicata alla Magnani http://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Magnani , mi guarderò qualche vetrina di archivi e restauri di oggetti musicali ed al ritorno debbo assolutamente fare sosta alla Wiennese per assaporare il vero caffè che solo vero è quì ed anche per i sapori di dolcetti ed ascoltare le mute voci della gente che frequenta quartieri alti.
La borghesia insomma , la ricca grassa borghesia padovana che si fa confezionare pacchi di paste per mangiare la domenica in compagnia, tra una risata ed altro.
Avrò bruciato un pò di tempo e ritornerò a casa per radermi e farmi il bagno.
Oggi abbiamo ospiti debbo essere presentabile,viene Riccardo e Fabry, logico che si portino la Fyby, cagnetto solo pelo ficcanaso che sempre vuole giocare a nascondino o con la pallina da tennis, imita i bambini che vede sempre attorno a lei.
Nel pomeriggio ruberò tempo per leggere non so cosa, sempre improvviso, archivierò la Unità nuovo formato, diretto da Concita de Gregorio, troppo misero e povero mi è sembrato.
Lo terrò per ricordo.
giovedì 23 ottobre 2008
IL SILENZIOSO COMMERCIO DI UN “FORO ANNONARIO”….

Cliccare per ingrandire
Dall'alto in basso e da sinistra a destra. FOTO di F.G.
Banco della frutta-Alle 5 della sera- Area parcheggio-Pescheria, danni dell' olio esausto sulla piana-Ancora danni dell' olio sul pavimento-La sig.ra Emanuela-Panoramica del mercato lato Mare-Panoranica del mercato lato pescheria .
di Franco Giannini
Le cose più difficili per un fotografo è il ”rubare” una foto di nascosto da utilizzare per uno scoop o l’ immortalare un luogo pubblico o un panorama privo di esseri umani che lo vivacizzano.
Questo era quanto pensavo anch’io, pur non essendo un fotografo. Ma mi sono poi dovuto ricredere.
Le foto che ho sopra pubblicato, seppure non artistiche, sono la conferma che o la teoria dei fotografi professionisti fa acqua, o fare acqua è qualche cosa o qualcun altro.
Da sotto il colonnato, in un silenzio rotto solamente dal motore elettrico di un veicolo addetto alle pulizie della piazza e da una voce amplificata dalla volta, roca e già “impastata” alle cinque del pomeriggio, che proviene da uno dei bar recentemente nati, comincio a ripercorrere a ritroso i miei ricordi sopiti di quella Senigallia commerciale che sta scomparendo, per non dire di già scomparsa.
Non ritorno certamente indietro di 50 anni, bensì solo di una quindicina, proprio per sottolineare con quale velocità si voglia far mutare ( voglio anche essere buono aggiungendo un ‘neppure volutamente’, ma per la sola esigenza-mania che tanto va di moda oggi dell’ apparire) che forse non sempre sfocia nell’ interesse generale della comunità.
Ricordo che lavoravo fuori Senigallia ed essendo un turnista, mi capitava sovente di passare il mattino presto, verso le 4,30-4,45 lungo Portici Ercolani per prendere poi Via Perilli e la Nazionale.
Già dai Portici Ercolani si vedeva il movimento dei camion che portavano le merci al Foro.
Ricordo che l’ attuale parcheggio era occupato dai contadini con le loro “apette” con la poca verdura, qualche fiore, le uova di giornata e qualche gallina che starnazzava dentro le casse.
C’ era il furgone dei formaggi, c’era quello della Macelleria di Paolini che campeggiava con la scritta “Carne di Cavallo”, c’ erano tante bancarelle di frutta e verdura che a quell’ ora cominciavano ad essere montate e rifornite. In questo sito ho scovato delle immagini del Foro di qualche anno fa e che si possono comparare con quelle di oggi.
http://www.comune.senigallia.an.it/altri/urbanistica/pagine%20centro%20storico/annonario.htm
Non era chiasso quello che si udiva, ma quasi un sottofondo musicale, quello oggi scomparso, dell’ operosità cittadina del centro.
‘Alle cinque della sera’, attualmente, la piazza è sempre desolatamente vuota, la pescheria gelida come i suoi banchi di marmo. Rimasto solo il ricordo del nome, ora retropalco estivo e fino ad ieri deposito di oli esausti che ne hanno lasciato il loro segno. Negozi, quei pochi rimasti, tutti chiusi. Fanno eccezione un bar ed un ristorante-pizzeria.
Per i curiosi di approfondire con i propri occhi i danni causati dal deposito degli oli esausti, fornisco loro le coordinate per un sopraluogo. Basta entrare nella pescheria dirigersi verso l’ angolo a sinistra lato città: i segni in terra non ancora sistemati o, se sistemati ,con un lavoro che lascia a desiderare e nella piana di marmo del banco le cicatrici lasciate da imperizia o ineducazione,… di chi non so.
Oggi, giovedì mattina, giornata di mercato, ore 10. Il movimento ha un andamento assonnato, silenzioso, pregno di un’ apatia che può essere associato a qualunque cosa, fuorchè quello che dovrebbe causare un commercio vitale ed effervescente.
Del resto cosa si pretende….non c’è più la vendita del pesce, non c’ è più una macelleria, la rivendita dei tabacchi è un ricordo. Ho fatto un rapido inventario dei banchi e negozi questa mattina: 12 banchi di frutta e verdura di cui 6 sono stazionari giornalmente al Foro, 1 furgone ambulante di formaggi e salumi, 3 furgoni itineranti di piante e fiori, 1 di “porchetta” anch’ esso saltuario. In pianta stabile in quanto negozi, una pescheria, una polleria rosticceria, un rosticceria di pesce, una norcineria, una latteria, una rivendita di pane e dolci. Lo stretto indispensabile per la sopravvivenza cittadina.
Delle sei bancarelle stabili di frutta e verdura, cinque alloggiano sotto il colonnato, quasi nascoste ad occhi indiscreti contrastando quel motto commerciale che dice che ‘se non mostri quello che hai, o non vendi o vendi meno’.
L’ unica a seguire il motto o forse a non voler sottostare con un anonimato posto, nascosto, quasi vergognosa di svolgere il suo ruolo di utilità alla cittadinanza, è la bancarella di frutta e verdura della Sig.ra Emanuela, che incurante dei soli estivi ed ancor più dei freddi inverni, sotto i suoi ombrelloni campeggia in bella evidenza fuori del colonnato.
“Doveva essere per due anni, poi si sarebbe dovuti tutti ritornare a vendere al centro piazza…invece eccoci ancora qua…” mi dice la signora.
Altri commercianti mi si fanno vicino lamentandosi dello stato penoso in cui versa il commercio della piazza del Foro.
Alcuni accennano a permessi mai dati (voci che rivendo come mi arrivano ma che andrebbero controllate) a chi, avrebbe voluto aprire rivendite di pesce sulla pescheria, tanto che uno di questi poi l’ ha aperta a Marzocca.
Alcuni voci che dicono che hanno suggerito di dare il controllo del parcheggio ad un ragazzo diversamente abile per abbreviare i tempi di sosta con un continuo controllo, ma anche questo non è stato preso in considerazione (anch’ esse da controllare della loro veridicità).
Sta di fatto che, di giovedì, avevano il tempo per discutere con il sottoscritto, lanciando di tanto in tanto un’ occhiata alla loro attività.
Quello che ho constatato di persona, è che mancavano all’ appello pure gli immancabili “rompiballe” (almeno per alcuni) dei pensionati… da considerare che la giornata non era fredda, c’ era pure un debole sole e… si, di figli se ne fanno pochi, ma gli anziani aumentano sempre più… ma la piazza evidentemente non interessa più neppure a loro.
martedì 21 ottobre 2008
VITTORIO FOA- (To 18-9-1910 * Formia 20-10-2008)

di Franco Giannini
Un’ altra parte della nostra Italia intellettuale ci ha lasciato.
Ho detto intellettuale e non certo politica, per non offendere la memoria di chi svolgeva questo ruolo, in modo pulito, sensibile, deciso, mettendo sempre in primo piano la concretezza rispetto al ruolo spesso fumoso che essa assume nei giorni nostri.
Professore, giornalista, scrittore, quindi, e se politico, non come e per come viene inteso ai nostri giorni. Uomo di sinistra, ma critico proprio e di più con quella sinistra di cui si sentiva a volte un “diverso”
Personalmente, di conseguenza, non lo voglio ricordare come esponente di alcun partito, ma solo e semplicemente come sindacalista, senza sigle, senza date, ma solo attraverso alcune sue brevi frasi ricavate da interviste, o tratte da suoi scritti. Non voglio tediare nessuno e neppure obbligarlo ad assorbirsi le facili retoriche che si è usi fare in questi casi, con un “coccodrillo” buonista ed il più delle volte lacrimoso e falso. Su Internet c’ è tanto da leggere su quest’ uomo e su tutta la sua famiglia, partendo dalla moglie, compagna per tanti anni e sposata solamente il 2 maggio del 2005, Maria Teresa Tatò, dalla figlia Anna una dei maggiori studiosi di Storia della presenza ebraica in Europa e del figlio Renzo, già direttore dell’ Unità.
« Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni » ((Vittorio Foa, Intervista al Il Messaggero del 13 agosto 2006).
“Si può anche fare l’ elogio della resistenza, ma lo si fa parlando della propria. Non si esalta la resistenza degli altri. E’ come dire ‘Armiamoci e partite’ “. (in risposta ad un Cofferati che elogiava la Guerra del Golfo)
Ed in merito ai fatti di Ungheria:
“…se il Pci si fosse aperto in quel momento, le cose avrebbero preso una direzione diversa.”
Nei confronti del Papa (13 febbraio 2003) il quale parlava della guerra in Iraq:
“…Per la prima volta nella mia vita attribuisco molta attenzione all’ iniziativa del Papa. E’ stato molto coraggioso. Questa volta ha compiuto una vera opera diplomatica.”
Ma il suo ultimo insegnamento lo ricavo dal RdC di oggi in cui si riporta una sua dedica ai giovani:
“…Oggi per loro, il precariato è una condanna. Ebbene io la sento fortemente anche come una condanna mia. Sono così vecchio che potrei dirmi: non c’entro niente. Ed invece no. Sento che io, noi tutti, abbiamo responsabilità verso di loro.”
E se penso, invece, che la gran parte dei giovani, neppure sanno chi era quest’ uomo….
giovedì 16 ottobre 2008
SENIGALLIA…VISTA AL PASSATO REMOTO…












Una cara amica, Carla Pasquinotti (senigalliese verace, nonchè nativa del Rione Porto ), che qui ringrazio, dopo aver letto casualmente il mio post, mi ha fatto pervenire, “per un approfondimento”, come mi ha mandato a dire, un libro in cui si parla per l’ appunto, in modo più dettagliato di quanto da me fatto, sui cinema senigalliesi.
E’ per dovere di correttezza e per apprezzamento del contenuto e rispetto di chi si è impegnato nella ricerca, che debbo e voglio indicare il Titolo, l’ Autore e la Stamperia:
Senigallia al Cinema (1904-1994) di Giorgio Camillini. Futura Officine Grafiche (Ottobre 2001).
Se solo penso che la nascita del cinematografo è datata 1895
http://it.wikipedia.org/wiki/Auguste_e_Louis_Lumi%C3%A8re
e che già nel 1904, considerando che il diffondersi delle notizie non era veloce come quello di oggi, dopo appena nove anni, e più esattamente il 2 agosto, come riportato nel libro, Senigallia prendeva conoscenza in modo reale di questa nuova invenzione.
Infatti è nel Salone dello Stabilimento Bagni che il cinematografo fa il suo ingresso con la proiezione del movimento dei bagnanti nello stabilimento.
Nel 1908, invece, nasce il primo vero cinema cittadino, per opera dei F.lli Chiostergi, che aprono l’ "Excelsior" nei locali che oggi sono occupati dagli attuali Uffici Anagrafe situati a pian terreno del Palazzo Civico( sotto il porticato, prima porta a destra).
Ma quello che mi ha più sorpreso nel leggere questo libro, è lo scoprire altri nomi di cinema, di sale da ballo o di fatti di cui mai avevo sentito parlare prima.
Ecco che leggendolo, quindi sono venuto a sapere che in via Dogana Vecchia, nel 1930, c’ era il "Cinema Centrale", che in via Rodi, l’ "Arena Italia" poteva ospitare più di mille persone sedute e che era nata dal bisogno di offrire ai turisti, nella stagione estiva, un cinema più areato che non l’ "Eden" che aveva pochissima ventilazione. Ho appreso che nel periodo delle sanzioni (1942) l’ Eden dovette modificare il nome in “Rex”, che nei giardini Morandi era ubicato il cinema all’ aperto “Casina delle Rose”, che sulla destra del "Politeama Rossini" , subito dopo la guerra (‘46-’47), scendendo alcuni gradini si trovava la sala da ballo “La Tavernetta”.
Ma non finisce qui, perché ho appreso che vi erano tanti altri locali di ritrovo e spettacolo come “Villa Sorriso” in via Gramsci, il “Celestial” in viale Marconi, il “Pino Solitario” in via Mameli, il “Al Dado Verde” dietro lo stadio, il “All’ Ottava” in via Sauro e per me una vera sorpresa “La tribù dei piedi Neri” dove ora ci sono le case popolari. E parlando giorni or sono sul blog, in un post, mi chiedevo il perché queste case popolari si chiamassero così…ora la mia curiosità è stata appagata.
Aneddoti, personaggi, imprenditori si succedono, nel libro, con date, foto, locandine che ti suscitano il desiderio di approfondire ed ampliare le conoscenze di quella Senigallia che va sempre più scomparendo tra l’ indifferenza degli amanti della novità “a tutti i costi”, incuranti che il “futuro” dovrebbe rispettare quel “vetusto” che è suo genitore e che come tale dovrebbe meritare miglior rispetto.
Vorrei chiudere con un invito, proprio per poter ampliare questo discorso di vetustà e dare seguito ad un suggerimento-invito fornitomi da un lettore-commentatore ma più di tutti amico, LorenzoMan, a tutti coloro che avessero e volessero da fornirmi foto, ricordi eventi di fatti attinenti alla vecchia Senigallia a volermeli gentilmente far pervenire e-mail ( brontolone42@yahoo.it ) onde permettermi di proseguire ancora nei miei itinerari della memoria.
Un grazie anticipato è naturalmente d’ obbligo.
domenica 12 ottobre 2008
IMMAGINI E PENSIERI PER UN DOMANI,... QUALE ?,

giovedì 9 ottobre 2008
ANCHE A SENIGALLIA, C’ ERANO CINEMA, TEATRI,….








Passando sopra Ponte Garibaldi, vedo in lontananza verso il Duomo, un funerale. Il traffico veicolare è interrotto e deviato lungo Portici Ercolani. Allora anch' io devio per evitare di andare davanti ad uno spettacolo che alla mia età, egoisticamente, si preferisce evitare di vedere.
Allora prendo per Via delle Caserme, passo davanti a quella che fu la Scuola di Polizia, tutta bella pittata e almeno, a quanto pare per il momento, desolatamente inutile.
La sbarra abbassata al passo carraio, la figura di un piantone sulla guardiola, sono gli unici indizi di una minima vitalità all’ interno.
Sul lato sinistro del passo carraio, un altro cancello completamente spalancato. Stento riconoscere in questo parcheggio con le mura perimetrali occupate da graffiti, che saranno anche artistici, ma ai miei occhi di profano sono del tutto incomprensibili, la vecchia “Arena delle Nazioni”.
Luogo di svago di tanti giovani di ieri oggi padri di famiglia, che appena la stagione diveniva buona, si sfidavano in infinite partite di Basket a 3 contro 3. Poi c’erano i tornei serali veri e propri, a pallacanestro o calcetto, con le famiglie dei giocatori sedute sulle tribune sgangherate, costruite con i tubi e le tavole.
Ma le serate erano occupate in maggior parte come arena all’ aperto per le proiezioni dei film dati dal cinema parrocchiale “Sacro Cuore” e che oggi, divenuto privato, porta il nome di “Gabbiano”.
La vista di questo c’ era una volta…senza neppure sapere il perché e per che cosa, mi porta a dirigermi verso Piazza Garibaldi attraversarla e dirigermi verso via C. Battisti, dove mi compare l’ intelaiatura ferrosa del Teatro La Fenice. Sembra di vedere il gemello di quello delle Muse di Ancona….un’ incompiuta senza i vecchi palchi…
Infatti come viene descritto, la Fenice http://it.wikipedia.org/wiki/Teatro_La_Fenice_(Senigallia)
vantava ben 63 palchi distribuiti su tre piani ed oggi solo una piazza delle erbe…
Sulla sua superficie, adiacente alla sala principale è stato ricavata un'altra saletta adibita all’uso di proiezioni cinematografiche.
Via Leopardi, forse l’ultimo baluardo di vecchi negozi, è la via di scorrimento che dalla Curva della Penna ti porta verso il centro o ti riconduce verso Ponte Portone per rimetterti verso la periferia del lato monte. E’ questa che imbocco, sempre a piedi ma contromano, per andare a sbucare sulla curva dove alla mia destra ho il vecchio deposito di carburante di Minardi e dirimpetto, al di la della curva il locale che ospitava il celebre “Lido”. Era, dapprima, il cinema che con il “paghi uno e prendi due”, ti offriva due film diversi pagando un solo biglietto. Era il cinema dove ragazzi e pensionati passavano i loro pomeriggi,. Non c’erano ancora né le ”Sale Gioco”, né le “Sale Bingo”. Ma poi i tempi passano, il progresso avanza (se di progresso si può parlare) e muta anche i gusti… e fu così che anche il Lido mutò i suoi spettacoli che “da per tutti” si tramutarono “per soli pochi”. Ricordo allora che gli spettacoli per tutti diradarono e comparvero sulle bacheche del cinema ai due lati della piccola scalinata, i manifesti con un cerchio rosso con sotto la scritta “Per Soli Adulti”…Era nato a Senigallia il “Cinema a Luci Rosse”. Ma con questa scelta di programmazione aveva decretato anche la sua fine. Oggi al suo posto si alternano negozi di abbigliamento….
Dalla curva, alla mia sinistra, al di la di via Leopardi, si erge nel suo giallo ocra, un’ altra opera del restauro senigalliese, rimasta sembra incompiuta. Tutta dipinta di giallo, desiderosa di conoscere a cosa sarà destinata…supermercati? Parcheggi? Uffici?...Una cosa è certa, Il Politeama Rossini, o meglio ciò che era l’ ex Politeama, perché è di questo che parlo, non sarà più destinato a luogo ricreativo di spettacolo, bensì verrà sacrificato in nome dell’ utilità cittadina (?).
Ricordo che ritornando da Ancona, giunto sulla curva rallentavi per dare uno sguardo flash ai cartelloni per vedere alla sera che avrebbero dato di spettacolo, ripromettendoti di farci un salto dopo cena. Ricordo la maschera che strappava i biglietti…un uomo piccolo di statura nella sua divisa color marrone, ricordo la galleria, da dove osservavi i più abbienti seduti in platea, ricordo le rare riviste di avanspettacolo, insomma tanti ricordi racchiusi tra quattro mura gialle.
Preso dai miei ricordi riprendo verso il centro, dirigendomi verso Piazza del Duca ed ecco che uscito sulla piazza Simoncelli, alla mia destra, un altro ex cinema : trattasi dell’ Eden. Altro cinema centralissimo, di cui ricordo la vecchina all’ ingresso che vendeva le castagne (d’inverno) i semi, le noccioline americane e che per la distribuzione delle quantità usava un bicchierino di vetro. Oggi il cinema non esiste più. Ricostruito è stato adibito a uffici, negozi con tanti cartelli di “affittasi” (?).
Già che ci sono, voglio concludere questo mio passeggiare tra i miei ricordi, visitando i resti di quello che fu l’ Arena Italia. Alla sinistra di Porta Lambertina (anche detta Port’Fan’) la ruggine della tettoia cadente di quello che era il cinema all’ aperto di Senigallia, in estate. Anch’ esso lasciato nel degrado ma in attesa di una destinazione di sicuro interesse per la città (?).
Della multisala, non voglio e non posso parlarne, perché troppo fuori dalle mie passeggiate sia fisiche che mentali, quindi sarebbero anche poco sincere e documentate, comunque la riconosco sicuramente come più moderna e la più frequentata della città…. Forse solo una moda (?).
lunedì 6 ottobre 2008
DA UN SENIGALLIESE A PADOVA....
L' immagine sopra riportata è la copertina del 1° volume di raccolta di poesie di Dario Petrolati, che il Centro Studi Ettore Luccini di Padova ha voluto "curare e donare" al nostro concittadino.
Io ho rubato questa pagina ed in anteprima, speranzoso di non ferire la modestia del mio caro amico, ho voluto regalarla a coloro che come me sono amici di Dario.
Tra un paio di settimane, i volumi saranno pronti e lo stesso Dario mi ha promesso che verrà lui stesso, a Senigallia, per donarli a quegli amici che gliene faranno preventiva richiesta, visto il numero di copie a sua disposizione in prima edizione.
LA CHIAMANO INFLUENZA

Ci si prenota dal medico di famiglia per l'arrivo del vaccino e si spera di schivare anche stavolta qualche giorno di letto tosse febbre.
Ogni volta cambia nome, come in America gli uragani.
Basta un vaccino, una iniezione rapida e nel giro di due o tre giorni passa la paura.
Questa fastidiosa ( malattia? ) costa alla comunità tutta anche perchè chi ancora è in attività non va in azienda e la produzione cala.
Ma non è questo lato economico che mi genera quesiti poco simpatici, mi irrita il numero di coloro che ogni anno cadono sul fronte di questo assalto sempre atteso, forse anche con superficialità.
Siamo noi le prede facili. noi della seconda-terza età, chè logorati nel fisico per mille ragioni, non ultimo il lavoro od anche le preoccupazioni che arrivano così come se dovessimo essere eterni ed invincibili.
Ieri all' appello annuale della ripresa domenicale per sei mesi, ballo liscio e chiacchiere vaghe per qualche ora, mancava qualcuno.
Uomo o donna che veniva ormai da anni per non pensare di essere di troppo insomma eppoi partecipare sentirsi vivo tra gli altri anche se poi si parlava o parla sempre delle stesse cose col sapore di borotalco e vaghi insapori profumi economici, mancava e nemmeno il nome o i caratteri somatici si ricordavano, solo dagli scontrini di accesso si notava per differenza l'assenza.
Il ballo domenicale della Auser nella cinta urbana di Padova richiama sempre chi la domenica non si rassegna a restare a casa e rimminchionire davanti la televisione, così si organizzano comitive senza pretese per andare a ballare, che anche ginnastica moto fisico sempre è, lo stare in comitiva poi non fa pensare e ci si illude di essere ancora prima del duemila.
Se non ci fosse questa puntuale Influenza a turbare con indifferente precisione forse i vecchi amici continuerebbero nel loro sogno di essere ancora "ragazzi".
Arriva il vaccino e subito si corre "salvati" dal medico. Anche questo anno l' abbiamo fregata sta influenza del cavolo, staremo attenti a non cadere e sfruttare i giorni futuri per leggere e scoprire cose che già magari sapevamo, ma si era dimenticato per strada.
D'obbligo sono gli auguri a tutti per tutti.
venerdì 3 ottobre 2008
A PONENTE DEL MISA










Oggi la scelta è caduta però sull’ opzione di transitare per il “passaggio a livello”, quello che tutti ancora chiamano dell’ “Italcement”. “Toh ! è aperto”, penso tra me e me, poi ci ripenso e sorridendo mi dico “ma quanto sarai fesso, per forza che ora è aperto, i treni che fermano in stazione sono rimasti tre, treni merci in manovra ormai neppure l’ ombra, dopo la chiusura della Italcementi e della Sacelit, e la casellante non c’è più da tempo”.
E qui l’ amarcord della casellante. Il grembiule blu e berretto da ferroviere in testa, che abbassava le sbarre ancor prima che il treno arrivasse alla stazione, poi impettita si metteva con la bandiera in mano sull’ uscio della “guardiola” ad attenderne il transito. Passato il convoglio, le rialzava solo quando questo aveva raggiunto almeno, la località del Cesano.
Infatti, molti erano coloro che passato il treno, spazientiti per l’ attesa, superavano le sbarre con le bici, passandoci sotto non curanti dei richiami della casellante che li redarguiva urlando, per la loro incoscienza, cosa che dava vita, spesso, a scambi di colorite battute smozzicate alla senigalliese.
Superato il dedalo di binari, molti ormai quelli ricoperti d’erba ed opacizzati dalla ruggine, indice di inutilizzo, mi trovo sul proseguimento di via Panzini. A destra il solo muro di recinto della Italcementi, il cancello e quel che resta degli immobili ai suoi lati sede di quelli che furono gli operatori alla pesa, portinai od uscieri e gli uffici direzionali
Sopra la cancellata resiste ancora la scritta, in cemento anch’ essa, in caratteri alti e sottili caratteristi degli anni 30. Dall’ altro lato della strada, di fronte all’ Italcementi, ancora un muro di recinzione, interrotto da una cancellata. I varchi sono chiusi con teli onde coprire la visione interna ad occhi ritenuti indiscreti. C’è da chiedersi il perché, dal momento che dentro ci sono solo macerie: Questa è o meglio era, la Sacelit, dove si lavorava l’amianto ed il cemento per la costruzione dei famigerati manufatti in eternit, per cui, dopo la sua demolizione ci sono state ed ancora perdurano le operazioni di bonifica del suolo e del sottosuolo.
Prendo per via della Darsena su cui svetta “el Camin” e sbuco sul “dock”. A sinistra la banchina con 4 vongolare posizionate al centro della “vasca”, perché il loro “pescaggio” è superiore alla profondità dell’ acqua vicino al molo la cui “secca” è visibile ad occhio nudo. Dall’ altra parte verso il fiume, i lavori di chiusura di quello che una volta era il passaggio che permetteva il collegamento dal canale al porto. Sullo sfondo verso la “Nazionale” i ruderi di quello che fu il Cantiere Navale o meglio se non ricordo male si chiamava Cantiere Escavazione Porti. Alle sue spalle la viuzza a senso unico alternato, regolato dal semaforo, strettissima, sufficiente per il passaggio di sole autovetture. A destra, a chiudere questo ideale perimetro del dock, le casette ad un piano, ormai quasi totalmente disabitate, in attesa solo di essere ingoiate da qualche palazzinar-speculatore, magari anche abusivamente vestito, con abiti non suoi, di falso Mecenate.
Dal lato mare della via della Darsena, troneggia l’ albergo della Vela, che in mezzo a tutto questo senso di abbandono e di degrado sembra quasi spaesato. Alle sue spalle le cinque carcasse delle navi incomplete, lo scalo con uno di questi ruderi quasi in atto di scendere in mare. Solo un pallido desiderio, l’ acqua non è più profonda di un metro, nella sua più totale immobilità, con il velo perenne oleoso, mostra tutto il suo contenuto di “perfetta discarica” mai recuperato e dragato.
Il profumo del pesce fritto, il rumore di piatti e pentole, mi distoglie da questi pensieri e mi trasferisce quasi inconsciamente sulla palazzina di Marina Nuova… Circolo della Vela,… Lega Navale,… Bar,… Ristorante.
Un’oasi nel deserto di un’ incuria giustificata dal fatto che i lavori si dovranno fare quando la legge risolverà problemi incancreniti ormai da decenni.
Il porticciolo di fronte alla Marina è tutt’altra cosa, acqua più pulita, tutto più ordinato, i moli numerati con le loro colonnine munite di prese per la corrente e con rubinetti per l’acqua potabile e non…insomma tutto quello che non è ancora disponibile per chi con le barche (da pesca) ci lavora: chi lavora una camicia, chi non lavora tre! Ma si prega di pazientare perché stiamo lavorando per voi, sembra dire in lontananza il cantiere, anche se disabitato, che ha ridisegnato il porto, una specie di corridoio con 4 stanze una dentro l’altra: l’imboccatura con quella più grande, quella della Marina, poi l’ex scalo ed infine il dock.
Ed i pescatori pazientemente attendono….
Ora sono giunto sul Lungomare, quello che chissà perché continuano a chiamare la “spiaggia dei poveretti”: Il Lungomare di Ponente che termina alla foce del Cesano. Osservandolo dalla battigia sembra una enorme bocca sdentata, dove i denti sono rappresentati dagli alberghi (più alti) e il bordo gengivale dalle casette a uno o due piani (più basse). Anche queste casette, penso che avranno vita breve e malgrado i lavori degli anziani padroni che ritinteggiano (ad ogni estate) le pareti e verniciano le ringhiere che delimitano i giardini, prima o poi saranno anch’ esse inghiottite dal mare di cemento.
Si comincia con l’hotel della Vela, poi andando verso nord s’incontra Il Delfino, poi sull’ area che una volta era occupata dalla “Capolara” dagli alberghi gemelli l’ Universal e l’ International, che tutti per brevità chiamano “gli alberghi gialli” per via del colore dell’ intonaco. Si prosegue poi con il Mareblù, il Bologna, il Corallo, il Faro e ancora più su il Sayonara.
All’ inizio del lungomare una costruzione in legno, che non ho mai compreso a chi e a che cosa servisse se non ad ospitare dei bagni e la rimessa per le barche….ma non ho compreso il perché del materiale usato: il legno. Mi da tanto l’ impressione di inutilità, soprattutto spreco e poco rispetto dell’ambiente (legno=alberi). Poi imbocco l’ ampio e nuovo marciapiedi con tanto di piante e nuovo muretto che delimita la spiaggia e mi accompagna fino al fosso di fronte al Faro Bar. Il marciapiedi lato monte è, invece, in perfetto abbinamento con la “vetustà” delle abitazioni che lambisce. Il fosso, invece, dona alla spiaggia quel che di esotica palude, oasi naturale per le specie di uccelli migratori.
Vorrei proseguire, ma il vicino sottopasso di via Zanella mi tenta, lo attraverso e sbuco sulle Case Popolari denominate la “Tribù dei Piedi Neri” chissà perché, vorrei indagare…. ma la “Nazionale” è li davanti che attende di nuovo lo sconfinamento, ed il verde del semaforo con il suo suono mi sollecita a farlo subito…..