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lunedì 24 giugno 2019

La Repubblica dei Pupi...

... e si che se fossero questi, potremmo considerarci anche noi patrimonio dell' Unesco...

Ed invece neppure i personaggi fatti di ciccia, hanno i stessi portamenti mentali di quelli di questo particolare teatro delle marionette, di certo quelli comportamentali, se non altro per essere guidati tutti da dei fili: I loro nomi rispondono a Carlo Magno ed ai suoi Paladini.
Quelli dei giorni nostri, da Matteo (che saraceno non lo è di certo) e da tanti Paladini che beneficiano di luce riflessa.
Matteo, avvolto nelle sue innumerevoli corazze, guarda duellare, seppur con distacco, i  due fratelli di sangue verde, che si contendono il "palio dei minibot" : Uno si chiama Borghetto, l'altro Giorgino.
Ma la lotta fratricida non si svolge solo nel casato dei "Verdi" Guardiani del popolo, ma anche in quello "Giallo" dei Controllori del Cambiamento, dove Luigino il Breve, dopo averne ricevute tante, ne ricambia con eleganza innata, altrettanto al fratello Alessandro (no Magno, quello è un'altra cosa, questo fa il falegname), preso in un attimo di disattenzione, all'uscita dalla tipografia con in mano il suo ultimo "Tomo" simil ad un sunto Cetim.
In platea, ad assistere a questo non certo edificante spettacolo, altri tre personaggi "in cerca di un autore" che li qualifichi le qualità e mansioni: Per cercare di decifrarli sotto i loro elmi di battaglia, uno mi sembra provenga dall'alta aristocrazia possedendo il titolo di "conte", un altro, che vedendo il suo elmo che continua a ballonzolare su e giù per le sue ingiustificate risate, lo potremo definire "ridolini" ed il terzo, un vecchio saggio, che tiene per mano entrambi gli altri due e sembra che basi tutta la sua saggezza nello star a guardare come finiranno le cose.
Sul "Logione" i "saraceni" del Popolo Difensore pronti ad intervenire non appena le ferite di un precedente conflitto, si saranno rimarginate, più su, sulla "Piccionaia"  a far un casino del la miseria, il popolo senza corazze, ma con le pezze al culo, affamato ed incazxxxxto... che quello intanto è destinato solo a far rumore, dividersi in faziosità e prima o poi a darsele di santa ragione, solo per il gusto di darsele.
Un popolo scemo, del resto, non si merita che questi capi.








di Franco Giannini

venerdì 1 novembre 2013

Aiutiamo Christian, apprezzando l'arte : spettacolo teatrale in benificenza

Christian Cialona
COMUNICATO che come ricevo pubblico:
Mail di Donatella dell'AUPTEL per promuovere un evento che faranno per Christian al teatro di Montemarciano il 16 novembre!!!!!! 

Ciao amici e colleghi,
sabato 16 novembre replicheremo al teatro “ALFIERI” di Montemarciano alle ore 21,00 con lo spettacolo del gruppo teatrale dell’AUPTEL Chiaravalle “L’acqua se la guardi non bolle mai…e cu’ è ‘na sciapata?”
L’incasso andrà COMPLETAMENTE alla famiglia del piccolo Christian Cialona, affetto dalla Leucodistrofia di Pelizaeus-Merzbacher, per curare la quale deve recarsi periodicamente negli STATI UNITI.
VI INVITO A LEGGERE LA SUA STORIA SUL SITO:

Biglietto Posto Unico : € 8,00
PREVENDITA, già iniziata, C/O La Tabaccheria “ROSANNA”, C.so Matteotti - CHIARAVALLE.
 
NON MANCATE E CONDIVIDETE.
GRAZIE
CIAO

Donatella Tulli
Rete Ferroviaria Italiana  S.p.A.
Direzione Territoriale Produzione Ancona
S.O. Unità Territoriale  Ancona
AFO
cell 3138047587
tel. 071 5923168 – FS 926 3168
fax 071 5923832  Via Marconi, 52 - 60125 Ancona
stanza n.206

Franco Giannini


martedì 26 marzo 2013

Volti e nomi della Senigallia celebre ma modesta n° 21: Maurizio Liverani

Maurizio Liverani
Adottato da Senigallia, celeberrimo, forse al più un po' schivo... 

Ad accompagnarmi in questo incontro, un altro “mio” volto e nome celebre : Ermanno Tarli, che, amico di Liverani, si è adoperato perché potessi conoscerlo ed apprezzarne le sue qualità di giornalista. Me lo aveva decantato più volte con parole che ritenevo dettate, in verità, più dalla sua immensa affettuosa amicizia, tanto che come un San Tommaso ero andato a documentarmi in rete anche per prepararmi un po’ a questo incontro.

La navigazione non è stata delle più facili, ma alla fine trovare il suo sito e leggere il suo Curriculum Vitae, mi ha procurato come una specie di blocco, facendomi per un momento sorgere il dubbio se declinare l’invito.
Ermanno, non aveva infatti esagerato, quando mi diceva: ”… vedrai che personaggio, un uomo di cultura…”. Effettivamente il solo abito di “giornalista”, scorrendo il suo Palmares, ho notato subito quanto gli andava stretto, molto stretto! Oramai però non potevo far macchina indietro, perché sarei apparso, oltre che persona impreparata, quale poi effettivamente sono, a dialogare con un personaggio di tale calibro, anche quella di imperdonabile individuo ineducato.
Ad accoglierci una gentilissima padrona di casa. Ho appreso poi, anch’ella un’eccellenza del mondo della cultura, più precisamente nel campo artistico dell’immagine ed ancor più dettagliatamente nel linguaggio-immagine : la Sig.ra Chiara Diamantini.
Finalmente dopo i soliti preamboli da persone civili, ho avuto il piacere di conoscere Maurizio Liverani. Già alla prima stretta di mano, mi sono sentito più a mio agio. Non certo per merito mio, ma perché appena ho fatto accenno ad un mio timoroso “Dottor Liverani…”, ho ascoltato la sua sincera e sorridente controfferta: ”ma che dottore e dottore, diamoci del tu…”.
Un onore che invece di sciogliermi dal mio imbarazzo, mi ha raggelato ulteriormente, ma lui non se n’è accorto o quanto meno ha finto, perché da questo momento Liverani si è tramutato, per circa due ore, in un “fiume” in piena.
Diciamo che il nostro colloquio nasce non dall’inizio, bensì dalla fine delle sue esperienze lavorative: la pubblicazione dei suoi libri che è iniziata pochi anni fa, quando ha conosciuto la sua “musa” letteraria nella curatrice delle sue opere, colei che ha scritto le prefazioni : Barbara Soffici. E’ così che parlando di queste sue opere mi fa dono di due volumi che sono sul tavolo di lavoro del salotto: ”Disamore” e “Le fuggevoli nuvole del divismo si dissolvono con Audrey”.
Senza attendere una mia domanda, comincia a raccontare: ”Senza l’incontro con questa Barbara Soffici che sa usare internet in maniera straordinaria, non ci sarebbe stata questa pubblicazione di “Disamore” che era stato pubblicato, ma non distribuito per il fallimento dell’editore. Quindi sono rimasto con casse di questi libri… poi si sa gli editori come sono, tu gli mandi i tuoi scritti e loro neppure ti rispondono. Fino a che un giorno non incontro questa Barbara che mi dice io ho letto una tua cosa bellissima… e così poi lei ha trovato il modo di ristamparlo attraverso internet”.
E continua con il raccontandomi come essendosi occupato per tantissimi anni di cinema, sia come critico che come inviato per “Tempo Illustrato”, “Settimana Incom”, aveva tutta una serie di ritratti di attori che oggi solo lui può conoscere per via dell’età e così dicendo fa l’elenco di quelli che ha conosciuto: Richard Burton, Liz Taylor, Tatì, Fellini… e qui quasi che parlasse dell’inquilino della porta accanto aggiunge: ”la mia amicizia con Fellini, sa, sono stato il primo ad intervistarlo…” Si ferma un attimo e su suggerimento di Ermanno comincia a raccontarmi i retroscena de “I Vitelloni”.
“Lui voleva fare questo film però siccome era un’epoca in cui da una parte si voleva i film realistici che guardassero la società, dall’altra parte c’era il moralismo dei cattolici, quindi c’era una specie di congiura contro questo film che praticamente da alcuni veniva considerato che usciva dai canoni di un realismo socialista e dall’altro dai canoni di un moralismo cattolico, Ed invece è attualissimo anche oggi. Poi un film non è che deve aderire a certe ideologie, devi sostenere qualsiasi cosa purché sia bello. Se è bello puoi anche non condividere. Insomma posso andarlo a vedere, ma non ne voglio sentir parlare. Chaplin, quando io l’ho incontrato (e così dicendo ci mostra la foto di lui tra Chaplin e la moglie Oona O’Neill) l’intervista con lui è stata una cosa inusuale perché mi diceva – se io avessi Cinecittà chissà quanti film potrei fare – e poi parlava sempre di soldi e di donne. Non voleva sapere nient’altro.”
E così parlando di Chaplin collega il discorso ad un fatto recente: “… quando ho sentito quel candidato della Cancelleria Tedesca che ha detto che noi abbiamo due clown (Grillo e Berlusconi), noi non dimentichiamo che l’umanità è stata guidata spesso da dei clown. Hitler, Mussolini, Stalin stesso era un clown, più clown di Napoleone che prende la corona e se la mette in testa da solo, che prende la Gioconda e se la mette nella stanza da letto… Ma perché Grillo ha successo, uno che si presenta e dice “Arrendetevi” ad una classe politica che ha rovinato il Paese, però lo fa da clown, tu gli credi, perché il paradosso diviene credibile. Il nostro è un paese che quando mai è stato mai unito… un Paese che è la patria dei clown, dai preti ai grandi intellettuali. Io ti posso dire dire che tutti quelli che ho conosciuto, facevano ridere in Parlamento, infatti Flaiano mi diceva – a De Gasperi gli puoi dar credito perché è un cattolico, ma non democristiano, perché se uno dice che è democristiano vuol dire che è un imbroglione, invece dice che è cattolico ed allora va bene. Ma a suo modo anche lui era un bugiardo perché faceva parte del Parlamento che approvò la fucilazione di Cesare Battisti…-”
E continua a raccontare senza fermarsi mai passando da fatti di carattere nazionale, per andare magari a ricordi locali sulle famiglie più altolocate di Senigallia dei tempi passati. Rievocando episodi di vita cittadina gli torna alla memoria un altro aneddoto quando: ”Zazzarini e Mussolini erano seduti qui davanti al Centrale. Mussolini era venuto a Senigallia per radunare un po’ di adepti da portare alla Marcia su Roma, se non ché mio zio passa di lì e Zazzarini gli fa – vieni qui che ti voglio presentare Mussolini –, ma no sai voglio andare al mare, non mi interessa – era l’agosto del 22 e nel settembre facevano la Marcia su Roma. Ma poi mio zio fece carriera (ministro delle comunicazioni della Repubblica di Salò e venne fucilato – NdR) e ricordo quando mi portò a Salò per farmi conoscere Mussolini, erano allora gli ultimi giorni, ed andammo. Ricordo che c’era una lunga tavolata e lui stava da una parte con già scolpito in faccia questo presentimento della fine. Ad un certo momento, ricordo, che mio zio mi disse – vieni che ti presento Mussolini – e rivolto a lui tutto un pezzo – Duce ti presento mio nipote Maurizio – ed allora Mussolini gli rispose – bel nome di anarchico! – Perché quella volta i fascisti erano anarchici. Poi quando presi la cittadinanza qui a Senigallia, venne fuori Maurizio Benito Liverani, – e ridendo ci dice – pensa se prevaleva il Benito”.
Mentre stiamo piacevolmente conversando ecco che arriva, ad hoc, la giovane Signora Barbara Soffici che Liverani, non tralascia cortesemente di presentarmi: “Questa signora è quella che ha praticamente scoperto la mia possibilità di esprimermi, una musa e non solo, ma è una specie di editrice, una scopritrice di talenti… oggi siamo arrivati a questo terzo libro che è da prima di Natale che ci stiamo lavorando.”
E sempre parlando si riprende il discorso su Fellini e racconta come dei primi tempi ed i rapporti amichevoli che aveva con Aldo Fabrizi che lo prendeva sempre in giro, a volte trattandolo anche un po’ male. Il primo sempre compassato e pensieroso e l’altro allegro, pacioccone, che borbottando e riprendendolo per il suo aspetto serioso lo costringeva coinvolgendolo in amichevoli quanto abbondanti spaghettate.
Ermanno trovandoci a parlare di Fellini, gli chiede se rispondessero a verità, le dicerie di un Federico un po’ bugiardo e che “prendesse” qualche idea dagli altri. “Beh lui deve tutto a Flaiano – risponde Liverani – anche perchè i famosi Vitelloni, non erano i perdigiorno di Rimini, ma erano i perdigiorno di Pescara, perchè è a Pescara che li chiamano Vitelloni, come pure i paparazzi che sono dei granchietti che al mattino andavano invadendo e disturbavano le passeggiate sul lungomare di Rimini. Io del resto questa storia l’ho spiegata diverse volte, ma la gente continua a pensare che i Vitelloni erano di Rimini… E devo aggiungere anche che contrariamente a quanto si crede, a Rimini non è che vedessero di buon occhio Fellini e questo fino alla sua morte! Non era in sintonia con la mentalità politica del posto e poi per il fatto che collaborava anche con Flaiano che non tralasciava battute ironiche nei confronti dei comunisti.”
E così parlando racconta anche della morte di Flaiano, del suo arrivo all’ospedale immediatamente dopo che era morto e della sua celebre frase in punto di morte che disse alla moglie: “Come sono contento”, frase di cui Maurizio Costanzo invece si appropriò con il dire, pur non essendo vero, di averla raccolta lui, in punto di morte e non la moglie. Un individuo, che da quel che posso intuire, anche per questi comportamenti, Liverani, non è che nutra gran simpatia.
Maurizio Liverani e Chiara Diamantini
Maurizio con la Sig.ra Chiara Diamantini
La discussione cade anche, e così non poteva che essere, sul degrado della nostra politica attuale, sul M5S, su Berlusconi e viste le sue innumerevoli argomentazioni sul personaggio, mi porta ad esclamare: “Ma conosce, ha conosciuto anche lui?”
“Sì lo conosco. E’ una persona generosissima. Pensi che se va a Murano, in una delle vetrerie, gli raccontano questa che non è una storia è verità. Era una annata che non avevano ordinazioni e lui, venutolo a sapere, dal momento che era Presidente del Consiglio, ha pensato che dal momento che doveva fare dei regali ai capi di stato, allora ha ordinato alla ditta in questione, vasi, lampadari ecc. fornendo lavoro a questi operai per un anno. Neppure dirlo se lei va lì c’è un 100% di berlusconiani perchè convinti che lui gli ha salvato la vita. Poi ha indubbiamente ha altri fattori meno positivi e comunque si è circondato da gente che lo ha rovinato. Una delle sue pecche è che non conosce ad esempio il materialismo dei comunisti. Il loro fine giustifica i mezzi.”
Ed è così che continuando a parlare, mi racconta che la sua mamma di era una personalità artistica di Senigallia in quanto affermata cantante lirica, un soprano di nome e di successo che ebbe modo di recitare anche nel nostro allora bellissimo teatro “La Fenice” del tempo. E sottolinea come non abbia mai avuto il coraggio di dirle quale mostruosità fosse stata poi ricostruita sulle rovine del tempo.
Ritornando alla sua vita di giornalista, mi permetto di rammentare la sua medaglia d’oro del giornalismo, sentendomi rispondere con modestia e non certo con la falsa: “Sono quelle cose che si conquistano, più che per merito, con l’età!”. Azzardo allora a chiedergli, come sia riuscito ad entrare nelle redazioni di tantissimi giornali, partendo dai sinistroidi di Paese Sera, per arrivare al Borghese, che era di corrente nettamente contraria. Anche qui mi dice che è solo il frutto di un lavoro maturato in quarant’anni di servizio, quando nei giornali invece basterebbe starcene 15 e l’unica cosa di cui si può vantare è che non si è mai asservito alle redazioni per cui nessuno è stato mai disposto a raccomandarlo e quindi è stato sempre e solo richiesto.
Ed è Ermanno, che lo conosce bene, che con il suo vocione da fuori campo, gli rammenta l’epoca della gavetta di quando dormiva dentro una vasca da bagno e si scambiava tale giaciglio con i colleghi turnisti montanti o smontanti.
Sollecitato nei ricordi mi rivela anche come ai fatti dell’Ungheria, allora era a Paese Sera ed era titolare della terza pagina, ingenuamente manifestò il suo rincrescimento per la cosa, che non piacque a Pajetta che immediatamente gli telefonò per dirgli di occuparsi di cinema e lui libero come si è sempre sentito, prese e se ne andò. Si definisce, in questa occasione, come un povero ingenuo, perchè tutti poi quelli che invece rimasero, i Gad Lerner, i Santoro ed altri hanno fatto la strada che hanno fatto.
Parlando di questo si lambiscono anche ricordi sportivi e si finisce con il parlare di sport, di calcio, di Juve, e chi mi tira fuori? Carosio, il Radiocronista, l’uomo che è passato alla storia per quel famoso “Quasi rete”. E dove si poteva trovare Liverani in quell’occasione, in quel preciso momento, se non alle spalle di Carosio. Ricorda allora che la postazione del radiocronista era dietro le righe che delimitavano il campo. Ma il bello è che non ti dice io ero lì o meglio ancora io conoscevo Tizio o Caio, ma semplicemente ti spiega i fatti che si svolsero e magari vi aggiunge allora un “gli ho detto”, o “ci siamo detti” pronunciati quasi sovrappensiero.
La stessa semplicità che usa quando mi narra di Mario Tedeschi direttore de “Il Borghese”, un giornale anarchico di destra, che lo volle con lui, quando uscì il suo film “Sai cosa faceva Stalin alle donne” presentato al XXX Festival di Venezia-Sezione Informativa. E parlandomi di questa assunzione mi racconta della telefonata, appunto di Tedeschi a cui fa seguito la successiva conoscenza con Almirante e l’assunzione al giornale. Fa presente a Tedeschi che non ritenendosi nè uomo di destra nè di sinistra scriverà sotto il pseudonimo di Ivanovic Koba, che per lungo tempo i lettori credettero che fosse un giornalista iugoslavo che scriveva in italiano.
Ma concatenato a quell’aneddoto fa seguito questo di quando scriveva con un altro pseudonimo, Mauro Lirani, su Paese Sera. Questa la sua riassunta spiegazione. Semplicemente per poter scrivere, dietro invito di Pallavicini, il direttore di “Settimana Incom”, anche su questo giornale oltre che su Paese Sera. E sempre legato al discorso Mauro Lirani, ridendo ricorda come nessuno ne sapeva nulla, ma una volta arrivato a Senigallia, questo risultò come il segreto di Pulcinella, lo sapevano tutti.
Potrei e vorrei dilungarmi ancora narrando tutti gli aneddoti, le storie, le verità ascoltate, però per la sola etica del rispetto che conosco, quella del buon senso, non certo quella del giornalista che non conosco non essendelo, non posso per due motivi: uno l’ironia di Maurizio Liverani, che io invece non possiedo, e l’altra, perchè quello che qui non racconto è contenuto tutto dentro il suo ultimo lavoro.
Anticipo solo il fatto, per invogliarvene alla lettura, di quando sedicenne, iscritto al PCI, partì partigiano e la mamma lo volle mandare in montagna non con la maglietta di lana, ma vestito con un Principe di Galles. O ancora il più esilarante incontro, a Venezia, per una specie di armistizio tra un ufficiale tedesco ed uno inglese, in cui lui faceva da terzo incomodo, mentre i due ufficiali, un colpo di fulmine, incontrandosi mettevano le prime basi alle “unioni di fatto”. Non una storiella, ma la pura verità.
Questi i primi tre libri già in vendita, mentre il quarto a cui facevo appunto riferimento sta per uscire, se non già uscito al momento di andare in pubblicazione. Comunque libri da non perdere per le verità narrate con la chiave ironica che è da sempre appartenuta a Maurizio Liverani.

Franco Giannini
Franco Giannini
Pubblicato Domenica 24 marzo, 2013 su Senigallia Notizie.it 
 
 
Questi i commenti dei lettori di Senigallia Notizie.it :
 
e39
2013-03-24 23:27:21
Complimenti Sig. Franco, conosco personalmente il Dott. Maurizio Liverani ed ho sempre ammirato la sua modestia nonostante i tanti riconoscimenti ottenuti a livello nazionale. La nostra amministrazione comunale mai si è curata di riconoscere le sue svariate eccellenze, forse perché non si è mai riconosciuto nell'appartenenza politica che ci ha sempre governato Senigallia. Spero che quanto prima gli vengano dati i dovuti onori.
giuseppe di mauro
2013-03-25 10:44:24
Caro Maurizio,data l'Amicizia che ci lega,sapevo già un pò tutto,ma se se Tu non sapevi come sei, ora lo sai...a Te Chiara e Barbara un caro e affettuoso saluto e i miei sinceri complimenti al signor Franco Giannini...Beppe

giovedì 19 maggio 2011

Una notte d'arte trascorsa tra l'offerta pubblica e quella privata


di Franco Giannini già pubblicato su 60019.it
Se si fosse trattato di una partita di calcio, da critico(ne), l'avrei descritta così…


La mia non è di certo una critica artistica e di conseguenza chi cercherà tra queste mie righe una recensione sulle opere esposte in questa sei ore notturne d’arte, può perdere solo del tempo.
Quando partecipo come semplice cittadino-cronista ad una qualsiasi manifestazione, seppur ciò non sempre riesce facile come vorrei, cerco però quantomeno di partire di casa nudo del preconcetto, sia di incontrare con certezza la positività, come pure la negatività.

La Notte dei Musei, mi aveva stuzzicato la curiosità, già fin dallo scorso anno. Però la precedente edizione, climaticamente inadatta, mi aveva fatto desistere dal partecipare, preferendo le comode ciabatte casalinghe alle galosce che sarebbero servite per seguire l’evento.

Anche quest’anno si è partiti con il tanto parlare e con il soffermarsi che si trattava di una somma di sinergie tra pubblico e privato. Si descriveva tutto "l’arrosto" che si era messo in forno, e gli imprenditori che si erano assunti a mettere risorse e faccia su quanto andavano a proporre. E dal momento che il tanto parlare fa pensare che forse si potrebbe trattare di pubblicità, sono partito da casa con il blocco notes in una tasca e nell’altra, lo dico con la massima sincerità, almeno una punta di preconcetto.

La prima visita era doverosamente nella Sala del Trono del Palazzo del Duca, ritenendo che dal momento che la prima mostra si apriva là, avrei assistito a quel taglio del nastro, che invece non c’è stato e che per questo mi ha fatto subire moralmente (ma ricredere) il primo gol della serata. Presenti il Sindaco Mangialardi, il suo vice Memè, l’Assessore Schiavoni, il prof. Bugatti.
Il Sindaco non si è tirato indietro nel sottolineare come le nostre "Eccellenze Artistiche" cittadine siano state messe a disposizione sia delle strutture pubbliche che private. Schiavoni invece, relativamente al tema trattato nella mostra della foto stenopeica, ha voluto evidenziare come l’Arte semplice sia sempre quella più bella, come appunto lo è questa branca della fotografia, radice poi di tutte le tecnologie a seguire.
Sala affollata da numeroso pubblico, che visto l’argomento trattato, era armata in buona parte di macchine fotografiche, di cui ognuno faceva gran sfoggio. Numerose anche le signore armate di obiettivi e certamente con occhi più sensibili delle loro macchine. Il numero delle presenze segnava il secondo punto a favore della manifestazione: un secco 0 a 2.

La seconda tappa, almeno per me, era prevista per l’altra mostra organizzata a Palazzetto Baviera. Parola un pò grossa se si considera una sola stanza, un pò "freddina" relativamente ad arredi, ubicazione ed illuminazione: 1 a 2. Anche qua il Sindaco e i suoi due Assessori hanno visitato la mostra.

Ma li ho trovati poi anche alla Galleria Gherardi 30 dove erano esposte alcune opere dell’artista Mario Giacomelli. E qui il tocco personale che l’iniziativa privata, spesso anche se non sempre, sa dare. Una graziosa ragazza ad accogliere il visitatore; luce, tanta; pulizia, tanta; luminosità, tanta. Totale della somma, tanto piacere di soffermarsi ad ammirare e discutere magari invogliati all’acquisto. Il Pubblico della Sala del Trono però sembra essere svanito...Mi prometto di ripassare.
Risultato alla fine di questo primo tempo: 1 a 3 a mio sfavore.

Dopo cena, mi rimetto in cammino e la prossima tappa è il clou dell’arte: la Pinacoteca Diocesana. Immaginavo che fosse quella con il maggior numero di visitatori, ed invece... Il portone della Curia è, detto con un’ eufemia, poco illuminato. Un piccolo manifesto indica timidamente che anche la Pinacoteca partecipa alla "notte dei musei". Timidamente anche io, entro e fortunatamente incontro un sacerdote che esce dal cortile e che chiudendo a chiave la vetrata, mi indica di salire le scale. Giunto alla Pinacoteca, la prima cosa che faccio è quella di informarmi sul numero dei visitatori. La ragazza alla reception mi dice che dall’apertura a quel momento (sono le 21,45) i visitatori sono stati una decina. Considerando che io ne sono uno ed altri tre che mi precedono, fanno parte di un gruppo con l’accompagnatrice che illustra loro i "pezzi pregiati", comprendo che l’affluenza non è quella che mi sarei atteso. E per gli altri 30 minuti che mi trattengo in quelle stanze, posso constatare che solo altre due persone, mi hanno seguito: 2 a 3 non per il motivo dell’affluenza, ma per quello dell’illuminazione.

Uscito dalla Pinacoteca, mi incammino per andare verso l’Area Archeologica della Fenice. Spero che anche qui sia passato qualche Amministratore e mi auguro che possa confermare quello che sto per dire. Una volta che ho preso la stradina in discesa che porta all’Area, visto il buio pesto che regnava, credendo che fosse chiusa, sono ritornato sui miei passi e non convinto, mi sembrava una cosa impossibile, ho fatto il giro delle transenne che delimitano l’area dei lavori in corso per la sistemazione dei giardini, fino a giungere, dalla parte della strada, all’altezza della porta d’ingresso degli scavi. Filtrava una debole luce dall’interno e solo il fatto di intravedere due ombre di persone che stavano uscendo, mi ha dato la certezza che l’Area era aperta.
Liberi di crederci o meno, ma non sono stato il solo ad avere questo problema, perchè poi uscendo, mi sono imbattuto in una coppia di ragazzi uno dei quali con il telefonino stava dicendo: "No, no, venite, sta uscendo una persona, è aperto...".
Sarei felice se qualcuno avvallasse la mia stessa sensazione. L’Area Archeologica certamente, malgrado l’imboscamento del luogo, mi è risultato quello più visitato e qualitativamente ben curato a livello di cultura dell’accompagnamento dei visitatori: 3 a 3... ma forse qui c’era un rigore che non mi è stato assegnato. Quando sono entrato, quello che più mi ha colpito, è che c’erano una quindicina di persone tra cui due famiglie che avevano affidato i loro 6 bambini alla accompagnatrice-cicerone, che poi parlando ho saputo rispondere al nome di Laura, e con la quale avevano stretto un rapporto interessato ed amichevole, che finito il giro erano dispiaciuti a doversene andare.
Oltre alle persone da me incontrate durante la mia permanenza, ho potuto vedere che altre avevano firmato il registro e che non tutte, come ho fatto anche io, preferivano rinunciare a questo atto: 3 a 4 ed a segnare certamente non sono i reperti archeologici, ma è Laura per come li illustra.

Ultima tappa è stata quella del Musinf, un pò più illuminato nella sua scalinata, ma l’ingresso è anche qui in penombra. Anche qui il pubblico non creava ressa … "città della fotografia" si, ma il troppo a volte... penalizza.

Prima di ritornare a casa, faccio di nuovo la strada inversa per l’ultima occhiata alla galleria Arearte. I visitatori si contano facilmente sulle dita di una sola mano, ma le luci dall’interno, attraverso le vetrine, se solo ci fossero le persone interessate, servirebbero a bloccarle ed attrarle al loro interno.
Palazzetto Baviera, con quella cancellata e con il buio del giardino e quella frazione di luce che proviene dalla stanza, ricorda molto i "lumini" in un camposanto...

Ero prevenuto... ma mi sono dovuto ricredere sia sulla bontà dell’iniziativa, sia sull’interessamento dell’Amministrazione, che come dicevo l’ha seguita con interesse, in ogni sua fase per tutta la durata.
Non posso esprimermi, in quanto assente, sulla bontà dello spettacolo presentato al Museo della Mezzadria dai ragazzi del Liceo Classico Perticari con la rappresentazione della tragedia greca "Le baccanti", come pure quello offerto dagli Artisti Fluxus a Palazzo del Duca.

Nel complesso la manifestazione è sicuramente riuscita. Il pubblico è mancato, ma ora i senigalliesi non potranno dire che a Senigallia non si fa cultura, gli assenti hanno sempre torto! Però l’organizzazione del Privato, ha di gran lunga distanziato quella del Pubblico.

La mia non vuole essere una critica, bensì un suggerimento per il prossimo anno. La pubblicità è l’anima del commercio, dove commercio per l’Amministrazione sta come "scaturire interesse per quel che essa costruisce". La cultura è di già di per se stessa difficile da far digerire, ma se poi si spendono energie, senza pubblicizzarle e renderle evidenti...allora il lavoro fatto va a farsi benedire.

Il prossimo anno, forse, meno brochure, meno volantini, meno manifesti, ma una freccia in più che indichi ed una lampadina che attragga ed illumini, perchè lì, in quel giorno ed in quell’ora c’è quel dato evento.

lunedì 30 novembre 2009

DOPO QUASI 30 ANNI DI NUOVO A SENIGALLIA SPARTERO CUTANELLI




di Franco Giannini
già pubblicato su 60019.it
La prima delle tre rappresentazioni previste, termina con una lunga acclamazione da parte di un pubblico entusiasta.
Sono passati una trentina d’anni dall’ultima rappresentazione in quel che fu il Cinema Rossini, eppure Spartero Cutanelli dett’ ’L Birb’, l’opera di Nanda Tenenti Moroni, ha conservato e conserva quella freschezza e quella attualità che a volte invece si perde con il trascorrere del tempo. Le battute, i personaggi, gli insegnamenti, i contenuti alcuni frizzanti ed altri più seri come la vita di tutti i giorni ci propina, si sono intrecciati senza disturbarsi tra loro, tra i ciondolamenti del capo consenzienti, di un pubblico, strano ma vero, in maggior parte attempato.
Ma chi conosce la Sig.ra Tenenti Moroni e le sue opere, dava per scontato la bontà dei suoi insegnamenti, la sottolineatura dei difetti degli uomini. Quindi quello che più c’era da analizzare era solo il cast con uno Spartero riproposto dalla compagnia ‘L GRUPP’ DIAL’TTAL’ S’NIGAJA. Com’è logico che sia, l’interprete principale è quello che riceve sempre più consensi, perché solitamente “sfrutta” maggiormente le battute ad effetto che l’autore ha costruito sul personaggio più in luce. Ma questa potrebbe essere anche un’arma a doppio taglio, perché tende anche a porre gli occhi di un pubblico attento, esaminatore e giudice inflessibile. Ma l’arma puntata sullo SPARTERO CUTANELLI, alias Renzo Colombaroni, è risultata assolutamente innocua. I tempi delle battute, gli spazi di silenzio, i toni di voce, la camminata sul palco, il modo di sedersi, i monologhi, i passaggi dal comico al serio, sono stati elementi che mi hanno gratificato veramente. La sua partecipazione non si circoscrive però solo sull’ottima recitazione, bensì va più in là, essendo riuscito a fornire le battute ai suoi colleghi prima come regista fuori del palcoscenico, ma soprattutto “sul palcoscenico”, fornendo i tempi di entrata anche ai suoi colleghi meno esperti, che hanno dimostrato, proprio quando lui era fuori scena, qualche indecisione. E’ una mia idea personale, ma in qualcuno di questi ho notato troppo il “recitare” e poco la “naturalità” di Colombaroni. Il Peo Giambenedetti finale, nelle vesti comiche della baby sitter, sono stati minuti di verà illarità. Come discrete sono state le innumerevoli variazioni di tema della figlia di Spartero nelle vesti di Angiolina.Altra positiva sensazione mi è stata fornita dalla cura data alla scenografia, sobria ma rifacente ai tempi passati: la macchina da cucire, l’orologio a pendolo, il macinino, il tavolo, le tendine con i merletti sulla vetrata della credenza. Piccole cose che però indicano la cura e la passione di tutti coloro che solitamente lavorano in un anonimato “dietro le quinte”.Se dovessi dare un voto al tutto, proporrei un globale 7, da cui andrebbe escluso Spartero la cui rappresentazione meriterebbe un 8. Però sono convinto che nelle prossime rappresentazioni di venerdì e sabato, con il superamento dell’emozione da parte di tutti i protagonisti, le votazioni tenderanno sicuramente ad una lievitazione verso l’alto.Concludendo, un piacevole, sano, spettacolo di tre ore allegro e che alla fine lascia uno spiraglio anche per sdraiarsi a letto e farsi esami di coscienza… sia per gli anziani che per i giovani, che raccomando a quanti sono ancora indecisi se presenziare o meno.