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venerdì 6 dicembre 2013

NELSON MANDELA : l'ultima icona !!

L'ultimo crociato, di valori quali l'anti-apartheid, la libertà, l'uguaglianza, la lotta alla povertà... 

Un semplice modo, come in molti hanno fatto e stanno facendo, per ricordare Nelson attraverso una mia personale riflessione su quello che vedo dopo la sua dipartita.

Credo che negli ultimi 113 anni della nostra storia, soli sei nomi, possono essere immortalati come gli unici paladini della lotta contro la povertà, il razzismo, i diritti di uguaglianza ed il concetto di Libertà.

Il primo ad impegnarsi in questa tipologia di lotta fu, il Mahatma ("Grande Anima") GANDHI. La tipologia delle sue lotte in difesa dei diritti civili si sono distinte per la resistenza all'oppressione attraverso una disobbedienza civile. 
Una tipologia di lotta, ripresa poi, sia da MANDELA, che da Martin LUTHER KING, che dalla esile figura femminile, ma non certo nella forza d'animo della Aung SAN SUU KYI, o dall'irriducibile Dalai Lama TENZIN GYATSO, esule ed indomo. A queste icone mi sentirei di aggiungere anche quella di Madre Teresa di Calcutta, al secolo  Anjëzë Gonxhe Bojaxhiu, per le sue visioni siano state politiche che sociali.
Non sto certo ad elencare le qualità di questi personaggi di una caratura che con gli anni ed il modernismo, i nuovi personaggi della parata mondiale sembrano, con i loro comportamenti, considerare superata. Ma forse, invece, è solo questione di capacità nell'essere un "Leader" e mancanza di sensibilità non nell'esprimere simili concetti, ma nel provarli nel proprio animo. Ecco che allora guardandoci attorno, non vediamo nessun'altra icona che possa darci un barlume più roseo su quello che saranno gli sviluppi su questo mondo.
Se ci guardiamo attorno, attualmente, chi è colui che ci ispira fiducia, speranza, sicurezza in un domani più ottimistico per le generazioni a venire ? Chi il deludente Barack Obama, l'egoista sig.ra Angela Merkel, il ridicolo nostro spompato e super sputtanato mister "B", il fuoco fatuo francese François Holland, l'isolato David Cameron. Non andiamo poi a cercare tra i nomi dei "regnanti" dei paesi in via di sviluppo. Ognuno chiuso nei loro orti, con sguardi ingordi rivolti ai paesi tel terzo mondo. 
La Cina su tutti, con la sua zampa artigliata sui territori, sulle ricchezze minerali ed agricole del continente Africano.
Comunque saranno, come avviene in questi casi, tutti vergognosamente presenti alle esequie di un uomo che hanno sempre riconosciuto, ma solo a parole, da imitare. Con loro, nella valigetta politica in dotazione, le solite lacrime da aligatori politici. 
C'è attualmente un presidente, che potrebbe inserire onorevolmente il suo nome nella lista dei cinque su nominati, che potrebbe fornirci un barlume di speranza : il presidente uruguaiano JOSE' MUJICA. Dico potrebbe, vista che nella sua carta d'identità, alla voce anno di nascita risalta un bel 1935. Certo, un giovane, se si pensa a quello di casa nostra con dieci primavere in più, ma non per questo certo migliore!
 


 
di Franco Giannini

martedì 22 ottobre 2013

A Maurizio Liverani il Premio nazionale Sacrapante 2013 "Città di Marta" - VIDEO

Il Dott. Maurizio Liverani mentre ritira il premio
28 Settembre 2013, nella città di Marta/VT, la cerimonia della consegna dei prestigiosi premi ai "benemeriti" della Tuscia.  

Quello che più mi è spiaciuto, è l'esserne venuto a conoscenza solo ora, e non ufficialmente come si dovrebbe, ma attraverso dei passa parola che vanno stretti ad un personaggio, come il Dott. Maurizio Liverani.
Personaggio che se è vero che preferisce restare dietro la sua abituale riservatezza, la sua città di adozione, Senigallia, dovrebbe cercare di infrangere, orgogliosa di riservargli quegli onori che invece meriterebbe gli fossero riconosciuti. 

Mi trovo a scrivere nuovamente di lui, cosa che ogni qualvolta mi procura come una specie di ansia da prestazione, vista la qualità della sua penna e quanto mi ritrovo a fare, ma anche indegnamente devo assolvere questo compito perche mi sento di dover partecipare a quanti leggeranno la notizia, che altri comuni hanno "scoperto" le innumerevoli qualità artistiche e letterarie del "nostro" Liverani. Noi, forse un pochino più distratti, è sfuggito...
Si guardi bene, che il mio non è un salire sul carro dei vincitori, il gradino sarebbe troppo alto per i miei arti invece troppo brevi, è quindi solo un risegnalare che quest'uomo esiste e  che abita nella nostra città.  

Questa la motivazione del Premio più ambito che gli è stato assegnato e consegnato, nella Sala Consiliare del Comune di Marta : 

il "PREMIO SCRAPANTE NAZIONALE 2013"
"Maurizio Liverani - Insigne giornalista, scrittore e regista cinematografico, scoprì prima di molti altri il valore della Tuscia come scenario evocativo di storie appassionanti, ambientando nel Viterbese e nel Parco di Bomarzo la sua opera “Sai cosa faceva Stalin alle donne?”, oggi ricercato film di culto fra i cinefili di tutto il mondo".

Gli altri premi, Sacrapante Tuscia,  Sacrapante Rosa di Marta,  Sacrapante Tradizione Martana sono invece andati a:
Massimo Sassara, Antonello Ricci, Silvio Ciapica, Luca Pesante, Giampiero Fusco, Quinto Ficari, Pietro Ricca, Adriana Giannini, nonchè ad altre donne e uomini che si sono distinti nella portare avanti le tradizione martane. 

Anche se con ritardo, ma credo che siano sempre graditi, i miei più sinceri complimenti per questo nuovo raggiunto traguardo unitamente agli auguri di buon lavoro sull'impegno letterario, che ne sono quasi certo, avrà già messo le mani.

di Franco Giannini 










Il Video della premiazione

martedì 26 marzo 2013

Volti e nomi della Senigallia celebre ma modesta n° 21: Maurizio Liverani

Maurizio Liverani
Adottato da Senigallia, celeberrimo, forse al più un po' schivo... 

Ad accompagnarmi in questo incontro, un altro “mio” volto e nome celebre : Ermanno Tarli, che, amico di Liverani, si è adoperato perché potessi conoscerlo ed apprezzarne le sue qualità di giornalista. Me lo aveva decantato più volte con parole che ritenevo dettate, in verità, più dalla sua immensa affettuosa amicizia, tanto che come un San Tommaso ero andato a documentarmi in rete anche per prepararmi un po’ a questo incontro.

La navigazione non è stata delle più facili, ma alla fine trovare il suo sito e leggere il suo Curriculum Vitae, mi ha procurato come una specie di blocco, facendomi per un momento sorgere il dubbio se declinare l’invito.
Ermanno, non aveva infatti esagerato, quando mi diceva: ”… vedrai che personaggio, un uomo di cultura…”. Effettivamente il solo abito di “giornalista”, scorrendo il suo Palmares, ho notato subito quanto gli andava stretto, molto stretto! Oramai però non potevo far macchina indietro, perché sarei apparso, oltre che persona impreparata, quale poi effettivamente sono, a dialogare con un personaggio di tale calibro, anche quella di imperdonabile individuo ineducato.
Ad accoglierci una gentilissima padrona di casa. Ho appreso poi, anch’ella un’eccellenza del mondo della cultura, più precisamente nel campo artistico dell’immagine ed ancor più dettagliatamente nel linguaggio-immagine : la Sig.ra Chiara Diamantini.
Finalmente dopo i soliti preamboli da persone civili, ho avuto il piacere di conoscere Maurizio Liverani. Già alla prima stretta di mano, mi sono sentito più a mio agio. Non certo per merito mio, ma perché appena ho fatto accenno ad un mio timoroso “Dottor Liverani…”, ho ascoltato la sua sincera e sorridente controfferta: ”ma che dottore e dottore, diamoci del tu…”.
Un onore che invece di sciogliermi dal mio imbarazzo, mi ha raggelato ulteriormente, ma lui non se n’è accorto o quanto meno ha finto, perché da questo momento Liverani si è tramutato, per circa due ore, in un “fiume” in piena.
Diciamo che il nostro colloquio nasce non dall’inizio, bensì dalla fine delle sue esperienze lavorative: la pubblicazione dei suoi libri che è iniziata pochi anni fa, quando ha conosciuto la sua “musa” letteraria nella curatrice delle sue opere, colei che ha scritto le prefazioni : Barbara Soffici. E’ così che parlando di queste sue opere mi fa dono di due volumi che sono sul tavolo di lavoro del salotto: ”Disamore” e “Le fuggevoli nuvole del divismo si dissolvono con Audrey”.
Senza attendere una mia domanda, comincia a raccontare: ”Senza l’incontro con questa Barbara Soffici che sa usare internet in maniera straordinaria, non ci sarebbe stata questa pubblicazione di “Disamore” che era stato pubblicato, ma non distribuito per il fallimento dell’editore. Quindi sono rimasto con casse di questi libri… poi si sa gli editori come sono, tu gli mandi i tuoi scritti e loro neppure ti rispondono. Fino a che un giorno non incontro questa Barbara che mi dice io ho letto una tua cosa bellissima… e così poi lei ha trovato il modo di ristamparlo attraverso internet”.
E continua con il raccontandomi come essendosi occupato per tantissimi anni di cinema, sia come critico che come inviato per “Tempo Illustrato”, “Settimana Incom”, aveva tutta una serie di ritratti di attori che oggi solo lui può conoscere per via dell’età e così dicendo fa l’elenco di quelli che ha conosciuto: Richard Burton, Liz Taylor, Tatì, Fellini… e qui quasi che parlasse dell’inquilino della porta accanto aggiunge: ”la mia amicizia con Fellini, sa, sono stato il primo ad intervistarlo…” Si ferma un attimo e su suggerimento di Ermanno comincia a raccontarmi i retroscena de “I Vitelloni”.
“Lui voleva fare questo film però siccome era un’epoca in cui da una parte si voleva i film realistici che guardassero la società, dall’altra parte c’era il moralismo dei cattolici, quindi c’era una specie di congiura contro questo film che praticamente da alcuni veniva considerato che usciva dai canoni di un realismo socialista e dall’altro dai canoni di un moralismo cattolico, Ed invece è attualissimo anche oggi. Poi un film non è che deve aderire a certe ideologie, devi sostenere qualsiasi cosa purché sia bello. Se è bello puoi anche non condividere. Insomma posso andarlo a vedere, ma non ne voglio sentir parlare. Chaplin, quando io l’ho incontrato (e così dicendo ci mostra la foto di lui tra Chaplin e la moglie Oona O’Neill) l’intervista con lui è stata una cosa inusuale perché mi diceva – se io avessi Cinecittà chissà quanti film potrei fare – e poi parlava sempre di soldi e di donne. Non voleva sapere nient’altro.”
E così parlando di Chaplin collega il discorso ad un fatto recente: “… quando ho sentito quel candidato della Cancelleria Tedesca che ha detto che noi abbiamo due clown (Grillo e Berlusconi), noi non dimentichiamo che l’umanità è stata guidata spesso da dei clown. Hitler, Mussolini, Stalin stesso era un clown, più clown di Napoleone che prende la corona e se la mette in testa da solo, che prende la Gioconda e se la mette nella stanza da letto… Ma perché Grillo ha successo, uno che si presenta e dice “Arrendetevi” ad una classe politica che ha rovinato il Paese, però lo fa da clown, tu gli credi, perché il paradosso diviene credibile. Il nostro è un paese che quando mai è stato mai unito… un Paese che è la patria dei clown, dai preti ai grandi intellettuali. Io ti posso dire dire che tutti quelli che ho conosciuto, facevano ridere in Parlamento, infatti Flaiano mi diceva – a De Gasperi gli puoi dar credito perché è un cattolico, ma non democristiano, perché se uno dice che è democristiano vuol dire che è un imbroglione, invece dice che è cattolico ed allora va bene. Ma a suo modo anche lui era un bugiardo perché faceva parte del Parlamento che approvò la fucilazione di Cesare Battisti…-”
E continua a raccontare senza fermarsi mai passando da fatti di carattere nazionale, per andare magari a ricordi locali sulle famiglie più altolocate di Senigallia dei tempi passati. Rievocando episodi di vita cittadina gli torna alla memoria un altro aneddoto quando: ”Zazzarini e Mussolini erano seduti qui davanti al Centrale. Mussolini era venuto a Senigallia per radunare un po’ di adepti da portare alla Marcia su Roma, se non ché mio zio passa di lì e Zazzarini gli fa – vieni qui che ti voglio presentare Mussolini –, ma no sai voglio andare al mare, non mi interessa – era l’agosto del 22 e nel settembre facevano la Marcia su Roma. Ma poi mio zio fece carriera (ministro delle comunicazioni della Repubblica di Salò e venne fucilato – NdR) e ricordo quando mi portò a Salò per farmi conoscere Mussolini, erano allora gli ultimi giorni, ed andammo. Ricordo che c’era una lunga tavolata e lui stava da una parte con già scolpito in faccia questo presentimento della fine. Ad un certo momento, ricordo, che mio zio mi disse – vieni che ti presento Mussolini – e rivolto a lui tutto un pezzo – Duce ti presento mio nipote Maurizio – ed allora Mussolini gli rispose – bel nome di anarchico! – Perché quella volta i fascisti erano anarchici. Poi quando presi la cittadinanza qui a Senigallia, venne fuori Maurizio Benito Liverani, – e ridendo ci dice – pensa se prevaleva il Benito”.
Mentre stiamo piacevolmente conversando ecco che arriva, ad hoc, la giovane Signora Barbara Soffici che Liverani, non tralascia cortesemente di presentarmi: “Questa signora è quella che ha praticamente scoperto la mia possibilità di esprimermi, una musa e non solo, ma è una specie di editrice, una scopritrice di talenti… oggi siamo arrivati a questo terzo libro che è da prima di Natale che ci stiamo lavorando.”
E sempre parlando si riprende il discorso su Fellini e racconta come dei primi tempi ed i rapporti amichevoli che aveva con Aldo Fabrizi che lo prendeva sempre in giro, a volte trattandolo anche un po’ male. Il primo sempre compassato e pensieroso e l’altro allegro, pacioccone, che borbottando e riprendendolo per il suo aspetto serioso lo costringeva coinvolgendolo in amichevoli quanto abbondanti spaghettate.
Ermanno trovandoci a parlare di Fellini, gli chiede se rispondessero a verità, le dicerie di un Federico un po’ bugiardo e che “prendesse” qualche idea dagli altri. “Beh lui deve tutto a Flaiano – risponde Liverani – anche perchè i famosi Vitelloni, non erano i perdigiorno di Rimini, ma erano i perdigiorno di Pescara, perchè è a Pescara che li chiamano Vitelloni, come pure i paparazzi che sono dei granchietti che al mattino andavano invadendo e disturbavano le passeggiate sul lungomare di Rimini. Io del resto questa storia l’ho spiegata diverse volte, ma la gente continua a pensare che i Vitelloni erano di Rimini… E devo aggiungere anche che contrariamente a quanto si crede, a Rimini non è che vedessero di buon occhio Fellini e questo fino alla sua morte! Non era in sintonia con la mentalità politica del posto e poi per il fatto che collaborava anche con Flaiano che non tralasciava battute ironiche nei confronti dei comunisti.”
E così parlando racconta anche della morte di Flaiano, del suo arrivo all’ospedale immediatamente dopo che era morto e della sua celebre frase in punto di morte che disse alla moglie: “Come sono contento”, frase di cui Maurizio Costanzo invece si appropriò con il dire, pur non essendo vero, di averla raccolta lui, in punto di morte e non la moglie. Un individuo, che da quel che posso intuire, anche per questi comportamenti, Liverani, non è che nutra gran simpatia.
Maurizio Liverani e Chiara Diamantini
Maurizio con la Sig.ra Chiara Diamantini
La discussione cade anche, e così non poteva che essere, sul degrado della nostra politica attuale, sul M5S, su Berlusconi e viste le sue innumerevoli argomentazioni sul personaggio, mi porta ad esclamare: “Ma conosce, ha conosciuto anche lui?”
“Sì lo conosco. E’ una persona generosissima. Pensi che se va a Murano, in una delle vetrerie, gli raccontano questa che non è una storia è verità. Era una annata che non avevano ordinazioni e lui, venutolo a sapere, dal momento che era Presidente del Consiglio, ha pensato che dal momento che doveva fare dei regali ai capi di stato, allora ha ordinato alla ditta in questione, vasi, lampadari ecc. fornendo lavoro a questi operai per un anno. Neppure dirlo se lei va lì c’è un 100% di berlusconiani perchè convinti che lui gli ha salvato la vita. Poi ha indubbiamente ha altri fattori meno positivi e comunque si è circondato da gente che lo ha rovinato. Una delle sue pecche è che non conosce ad esempio il materialismo dei comunisti. Il loro fine giustifica i mezzi.”
Ed è così che continuando a parlare, mi racconta che la sua mamma di era una personalità artistica di Senigallia in quanto affermata cantante lirica, un soprano di nome e di successo che ebbe modo di recitare anche nel nostro allora bellissimo teatro “La Fenice” del tempo. E sottolinea come non abbia mai avuto il coraggio di dirle quale mostruosità fosse stata poi ricostruita sulle rovine del tempo.
Ritornando alla sua vita di giornalista, mi permetto di rammentare la sua medaglia d’oro del giornalismo, sentendomi rispondere con modestia e non certo con la falsa: “Sono quelle cose che si conquistano, più che per merito, con l’età!”. Azzardo allora a chiedergli, come sia riuscito ad entrare nelle redazioni di tantissimi giornali, partendo dai sinistroidi di Paese Sera, per arrivare al Borghese, che era di corrente nettamente contraria. Anche qui mi dice che è solo il frutto di un lavoro maturato in quarant’anni di servizio, quando nei giornali invece basterebbe starcene 15 e l’unica cosa di cui si può vantare è che non si è mai asservito alle redazioni per cui nessuno è stato mai disposto a raccomandarlo e quindi è stato sempre e solo richiesto.
Ed è Ermanno, che lo conosce bene, che con il suo vocione da fuori campo, gli rammenta l’epoca della gavetta di quando dormiva dentro una vasca da bagno e si scambiava tale giaciglio con i colleghi turnisti montanti o smontanti.
Sollecitato nei ricordi mi rivela anche come ai fatti dell’Ungheria, allora era a Paese Sera ed era titolare della terza pagina, ingenuamente manifestò il suo rincrescimento per la cosa, che non piacque a Pajetta che immediatamente gli telefonò per dirgli di occuparsi di cinema e lui libero come si è sempre sentito, prese e se ne andò. Si definisce, in questa occasione, come un povero ingenuo, perchè tutti poi quelli che invece rimasero, i Gad Lerner, i Santoro ed altri hanno fatto la strada che hanno fatto.
Parlando di questo si lambiscono anche ricordi sportivi e si finisce con il parlare di sport, di calcio, di Juve, e chi mi tira fuori? Carosio, il Radiocronista, l’uomo che è passato alla storia per quel famoso “Quasi rete”. E dove si poteva trovare Liverani in quell’occasione, in quel preciso momento, se non alle spalle di Carosio. Ricorda allora che la postazione del radiocronista era dietro le righe che delimitavano il campo. Ma il bello è che non ti dice io ero lì o meglio ancora io conoscevo Tizio o Caio, ma semplicemente ti spiega i fatti che si svolsero e magari vi aggiunge allora un “gli ho detto”, o “ci siamo detti” pronunciati quasi sovrappensiero.
La stessa semplicità che usa quando mi narra di Mario Tedeschi direttore de “Il Borghese”, un giornale anarchico di destra, che lo volle con lui, quando uscì il suo film “Sai cosa faceva Stalin alle donne” presentato al XXX Festival di Venezia-Sezione Informativa. E parlandomi di questa assunzione mi racconta della telefonata, appunto di Tedeschi a cui fa seguito la successiva conoscenza con Almirante e l’assunzione al giornale. Fa presente a Tedeschi che non ritenendosi nè uomo di destra nè di sinistra scriverà sotto il pseudonimo di Ivanovic Koba, che per lungo tempo i lettori credettero che fosse un giornalista iugoslavo che scriveva in italiano.
Ma concatenato a quell’aneddoto fa seguito questo di quando scriveva con un altro pseudonimo, Mauro Lirani, su Paese Sera. Questa la sua riassunta spiegazione. Semplicemente per poter scrivere, dietro invito di Pallavicini, il direttore di “Settimana Incom”, anche su questo giornale oltre che su Paese Sera. E sempre legato al discorso Mauro Lirani, ridendo ricorda come nessuno ne sapeva nulla, ma una volta arrivato a Senigallia, questo risultò come il segreto di Pulcinella, lo sapevano tutti.
Potrei e vorrei dilungarmi ancora narrando tutti gli aneddoti, le storie, le verità ascoltate, però per la sola etica del rispetto che conosco, quella del buon senso, non certo quella del giornalista che non conosco non essendelo, non posso per due motivi: uno l’ironia di Maurizio Liverani, che io invece non possiedo, e l’altra, perchè quello che qui non racconto è contenuto tutto dentro il suo ultimo lavoro.
Anticipo solo il fatto, per invogliarvene alla lettura, di quando sedicenne, iscritto al PCI, partì partigiano e la mamma lo volle mandare in montagna non con la maglietta di lana, ma vestito con un Principe di Galles. O ancora il più esilarante incontro, a Venezia, per una specie di armistizio tra un ufficiale tedesco ed uno inglese, in cui lui faceva da terzo incomodo, mentre i due ufficiali, un colpo di fulmine, incontrandosi mettevano le prime basi alle “unioni di fatto”. Non una storiella, ma la pura verità.
Questi i primi tre libri già in vendita, mentre il quarto a cui facevo appunto riferimento sta per uscire, se non già uscito al momento di andare in pubblicazione. Comunque libri da non perdere per le verità narrate con la chiave ironica che è da sempre appartenuta a Maurizio Liverani.

Franco Giannini
Franco Giannini
Pubblicato Domenica 24 marzo, 2013 su Senigallia Notizie.it 
 
 
Questi i commenti dei lettori di Senigallia Notizie.it :
 
e39
2013-03-24 23:27:21
Complimenti Sig. Franco, conosco personalmente il Dott. Maurizio Liverani ed ho sempre ammirato la sua modestia nonostante i tanti riconoscimenti ottenuti a livello nazionale. La nostra amministrazione comunale mai si è curata di riconoscere le sue svariate eccellenze, forse perché non si è mai riconosciuto nell'appartenenza politica che ci ha sempre governato Senigallia. Spero che quanto prima gli vengano dati i dovuti onori.
giuseppe di mauro
2013-03-25 10:44:24
Caro Maurizio,data l'Amicizia che ci lega,sapevo già un pò tutto,ma se se Tu non sapevi come sei, ora lo sai...a Te Chiara e Barbara un caro e affettuoso saluto e i miei sinceri complimenti al signor Franco Giannini...Beppe

venerdì 15 febbraio 2013

Volti e nomi della Senigallia celebre ma modesta n° 20: Ermanno Tarli

...l' "ET" della tavolozza colori, nonchè uno dei componenti del gruppo "Lumache Rumorose"

Siamo seduti al solito tavolo del bar, che mi sono permesso di battezzare “degli Artisti”, divenuto un po’ come il luogo di ritrovo, il confessionale di quanti, per bontà loro, si rendono disponibili a raccontarmi le storie dei successi, le lotte combattute o le fortune che hanno incontrato per arrivare a superare quei traguardi che si erano prefissati.

Faccio partire, anche questa volta, il registratore e, detto il nome del personaggio di turno che ho di fronte: “Ermanno Tarli…“, è subito lui a proseguire con “…nato a Senigallia uno, undici, cinquanta…” e a incalzare, con un tono di voce superiore, una nota: “…Autodidatta…” e giù una fragorosa risata! Viso, capelli e barba più che da pittore bohèmienne, da pescatore, da nostromo, da personaggio di Jules Verne.
Un uomo dal viso gioviale ed aperto, che conclusa la risata, riparte in maniera più seria, più professionale, con speditezza e senza necessità alcuna di pungulature: “… Io dipingo da quando avevo dodici anni e c’è un motivo – racconta – perché mio nonno, che si chiamava Tommaso Tarli, era un pittore dei primi del ’900. Ricordo che io andavo sempre nel suo studio a “dilettarmi”. O meglio ancora sarebbe dire, avevo due nonni. Uno era appassionato di motori, l’altro era appassionato… non appassionato, era proprio un pittore importante, un impressionista. E così sono stato praticamente influenzato sia dall’aspetto artistico che da quello motoristico. E questa mostra è nata proprio da un’amalgama di colori e motori, insomma la molla giusta che ha fatto scattare il tutto“.
Attilio Ruggeri, amico e mecenate
Attilio Ruggeri
Allora lo interrompo per chiedere dove sia stata allestita questa mostra.
Ermanno mi dà subito le coordinate: “Si, la mostra è stata allestita da Attilio, un caro amico, che l’ha ospitata nei locali del suo Caffè “La via Granda” sito in via Pisacane al civico 43. Ha aperto i battenti il 17 di Dicembre ripromettendosi di chiuderli per fine febbraio.”
La registrazione, ovviamente continua, io però mi permetto di fermarla qui virtualmente, teatralmente, temporaneamente, tutto però per esigenze tecniche onde permettermi di fare un sopralluogo necessario alla mostra. Questo si successivo, ma reale, perché devo confessare con tutta onestà che non conoscevo assolutamente nulla sullo stile e le opere di Ermanno Tarli.
Entrato che sono allora nel bar, mi presento ad Attilio Ruggeri, il proprietario dell’esercizio, nonché “amico e mecenate” di Ermanno. Due personaggi, due amici ed entrambi con profili d’interessi bifronti come quelli del dio Giano: Arte da una parte e Motori dall’altra.
Attilio, appena lo informo del motivo per il quale sono lì, mostra tutta la sua felicità nel vedere l’interessamento verso le opere di Ermanno, ma credo anche per avere la possibilità di potermi sottoporre, con altrettanto orgoglio, le foto dei “bolidi” che hanno ispirato molti dei quadri presentati nei locali e la storia avventurosa-sportiva della loro immutata gioventù a cavalcioni su quelle lucenti “Lumache Rumorose” senza età come i loro centauri “Lumaconi”.
Sul bancone non manca neppure il libro delle dediche, su cui vengo invitato a mettere un pensiero, e poi il grosso tomo di foto di cui parlavo con riportate tante scorrerie, tanti visi – conosciuti e non – che Attilio mi suggerisce di sfogliare prima di cominciare la panoramica sulle opere esposte. Faccio mio il suo consiglio, assolvo entrambi i compiti e poi, immerso nel silenzioso “brontolio immaginato” dei motori, concretamente passo all’”esperienza visiva” dei dipinti.
Quadro, dipinto di Ermanno TarliQuadro, dipinto di Ermanno TarliQuadro, dipinto di Ermanno Tarli
Si dice, o meglio lo dicono gli esperti, che per analizzare un quadro si dovrebbero considerare alcuni argomenti fondamentali: il soggetto, il colore, lo spazio, il tono, la composizione e la tecnica. Ma questo, appunto, lo dicono gli esperti, i critici: io che esperto non lo sono mai stato, mi lascio guidare più semplicemente da quella sensazione a pelle che si riceve al primo immediato impatto con l’opera che ti sta di fronte.
Nei lavori presenti trovo le maschere, i giochi, le marionette, i marinaretti, le donnine, il tutto che nuota sempre nel verde della natura, tra i bianchi che raramente mancano e nelle gioie che le tonalità rosse mettono in evidenza e ti fanno assaporare. Tutte sensazioni che mi riportano a felici tempi dell’infanzia, rievocate da un pennello “evergreen” come appunto quello di Tarli, che nei motori e nei colori ritrova oltre tutto la libertà di dire e dipingere, azzardo dire… ciò che vuole e come lo vuole. Nei suoi tratti si può trovare un accenno di surrealismo, una puntina quanto basta (almeno su qualche opera) di astrattismo, e non manca qualche influenza naifiana, ma tutto riveduto come da manuale del Tarli.
Mi è sembrato di vedere nelle sue tele, anche lo zampino di Botero con i suoi nudi “abbondanti”, ma anche le linee essenziali di edifici fantastici suggeriti dalle torri babeliche di Bruegel. Sensazioni mie però, che durano solo per una frazione di secondo, perché poi ti accorgi che tutto è rielaborato secondo le particolari e personali visioni moderne di Tarli.
Terminato il percorso, mi sono ritrovato, dimenticandomi degli anni e del peso corporeo, come se fossi un eterno ragazzino spensierato che scende dalla giostra della vita di tutti i giorni, circondato da irreali, chiassosi, avventurosi, fantastici amici di viaggio di un’infanzia destinata a non terminare mai, tra una musica carnascialesca ed i scoppiettanti motori delle “vecchie signore”, le tute nere ed il profumo della “miscela” che riconducono l’osservatore a spazi aperti, al vento in faccia, alla sensazione di volare liberi. Ed infatti ritengo che Ermanno sia un pittore, uno scultore, ma principalmente ed in primis, un uomo ed un artista amante della libertà nel senso più ampio del vocabolo, che trasporta questa sua assoluta ed impellente necessità sulle sue tele e sulle sue sculture lillipuziane.
Ma ecco il bello, o meglio l’utilità della tecnologia… basta premere sul tastino virtuale del registratore che avevo interrotto ed ecco che questo ritorna a girare dal punto in cui lo avevamo stoppato, nel momento in cui si parlava delle origini. Al che mi fa: “…origini… in che senso?”. Gli spiego allora: “Nel senso di come “scopre” la sua pittura“. Mi guarda, gira l’accendino tra le mani, con una mal celata astinenza da fumo, percepibile dai suoi gesti nervosi e che iniziano a farsi sentire e spiega: “Quella è una passione… io ci sono nato… prendi il pennello e ti trovi lì a cominciare…“.
A questo punto della conversazione subentra anche Raffaele, presente, ma fino a questo momento chiuso in un quasi religioso quanto estasiato silenzio ad ascoltare le parole del fratello Ermanno: “Io mi ricordo che quando ero piccolo vedevo lui che faceva i quadri nello sgabuzzino di nonna e già faceva delle cose grandiose per l’età – e rivolgendosi al fratello – Ti ricordi quando disegnavi i cavalli?“. Una pausa riflessiva e poi di nuovo Ermanno riprende con un’autodefinizione: “Io sono un pittore ludico, dipingo ad olio soggetti di natura ludica. Tutte riminiscenze di fantasia quelle che illustro, fantasie legate ai ricordi, e tutte con un aspetto ironico“.
Quadro, dipinto di Ermanno TarliQuadro, dipinto di Ermanno TarliQuadro, dipinto di Ermanno Tarli
Chiedo allora quale sia la spiegazione, la motivazione del fatto che abbia prediletto questi soggetti rispetto ad altri: “Non necessariamente i quadri hanno una spiegazione. Ne possono avere magari cento ed io invece ne posso dare una sola, la mia, mentre altri possono vederci più cose, che io non mi sono mai sognato di voler dire… Ma vi siete mai chiesti perché uno compera un quadro? Semplicemente perché uno acquista qualche cosa che gli assomiglia. E’ come se qualcuno comperasse un pezzo di se stesso. Sicuramente è così, perché non può essere diversamente. Ti sei chiesto mai perché tra due oggetti preferisci questo anziché quest’altro? Per un motivo semplicissimo, questo mi assomiglia, nelle forme, nel colore…insomma ci vedo qualche cosa di particolare che mi piace. Hai quella che si chiama attrazione, che ti fa dire che ti piace e magari non sai e non ti rendi conto neppure del perché… perché dentro c’è qualche cosa che ti assomiglia e che te lo fa diventare tuo. La stessa cosa è per un pittore, che dipinge quello che sente e che vede vicino a sé in quel momento, libero di farlo come vuole, senza legami obbligati. Ed allora ritornando al concetto di pittore; noi dobbiamo fare arte per noi stessi per il solo gusto di fare, con lo scopo, anche, di divulgare, perché la gente deve vedere, fare suo quanto vede, promovendo la discussione, l’apprezzamento ed anche, perché no, la critica. E’ così che nasce il concetto di cultura“.
“Ho veduto che oltre all’arte della pittura, non disdegna cimentarsi anche in quella della scultura!“: “Diciamo di si – mi risponde -, faccio delle cosette con materiali poveri” e mentre dice questo, inventaria con le mani il contenuto delle tasche, cercando il pacchetto di sigarette, che come dice, per lui “è troppo importante!”. Alla fine le trova, il viso si rischiara rassicurato, mi chiede il permesso di uscire per fare una “tirata” e mi consegna la copia di una recensione sulla mostra “Lumache Rumorose” che gli ha fatto un suo altrettanto celebre amico Maurizio Liverani. Un altro famoso personaggio senigalliese, scrittore, registra, giornalista e critico cinematografico. E mi fa: “Legga, legga, poi mi dice che cosa ne pensa!“.
Il contenuto che vado a leggere è un elogio al mezzo, la moto, che esalta le virtù dell’uomo Ermanno. La sua arte, i suoi motori sono espressioni di gioia di vivere, allegria fanciullesca, ironia adulta, tutto miscelato, amalgamato e trasportato sulle ali della sua libertà che solo la velocità gli garantisce. In questa frase di Liverani, che qui riporto, vedo racchiuso il contenuto di tutta la mostra: “…La moto coincide con il desiderio di uscire da se stessi; la velocità svuota la mente da ogni angustia e ti fa sentire per un attimo immortale. Ermanno Tarli è un artista eclettico ed eccentrico; non si adegua ai canoni prevalenti. E’ un uomo libero, in senso universale. Personaggi della sua qualità umana sono rari…“.
Quadro, dipinto di Ermanno TarliQuadro, dipinto di Ermanno TarliQuadro, dipinto di Ermanno Tarli
Eccolo che ritorna sfregandosi le mani, soddisfatto, trascinandosi dietro l’aroma del tabacco appena aspirato ed un po’ infreddolito: “Avrà letto come sono fissato – mi fa – con le motociclette e da come mi descrive Liverani lo si capisce bene. Eh?? Quello che mi piace è la meraviglia e la pittura è meraviglia. Io prendo una tela bianca e comincio. Senza pensare a quello che devo metterci su! Faccio una riga, una sola riga e da lì costruisco tutto. Ed è come per effetto di una magia che nasce qualche cosa che non avevo assolutamente progettato prima. Tu devi lavorare con i colori, che devono “cantare” tra loro, facendo attenzione che non ce ne sia qualcuno di questi che stoni compromettendo il lavoro del “coro”. Poi ci sono da controllare le masse e devi far attenzione che siano tutte equilibrate e così di passo in passo, quando hai finito ti accorgi di aver tirato fuori anche l’anima! Ed a volte, passato un po’ di tempo, rivedendo l’opera, magari ti ritrovi a dire piacevolmente, dentro di te, ‘ma questo l’ho fatto io?’ non perché sia un capolavoro, ma perché ti aggrada. E il momento è irripetibile e sta anche a significare che cresci; anche se non toglie che ad ogni tela bianca ti ritrovi come la prima volta, anche se poi interviene ad aiutarti l’esperienza che hai maturato con gli anni“.
La chiacchierata non si ferma qui, passa ad altri argomenti interessanti, che porterebbero però fuori tema. Ecco che allora mi fa piacere ed mi è utile per la chiusura di questo racconto, ricordare che quella di Tarli è un’esperienza maturata in cinquant’anni di lavoro artistico: un’esperienza che è possibile ammirare fino alla fine di febbraio da Attilio Ruggeri in Via Pisacane 43, fintanto che non si deciderà di “ammainare” le tele… ma chissà, mai dire mai, visto che non si prosegua ancora per qualche tempo oltre la data prefissata di fine febbraio.

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Guarda il VIDEO di Ermanno Tarli sulle Lumache Rumorose

Franco Giannini
Pubblicato Giovedì 14 febbraio, 2013 su Senigallia Notizie.it 
Questi i Commenti dei lettori di Senigallia Notizie.it

Franco Giannini
2013-02-14 09:34:25
Grave dimenticanza la mia : Le foto non sono mie, ma di "un certo" Francesco Buontempi, in arte "Bont", a cui va il mio Grazie!
Dario Petrolati
2013-02-14 09:43:42
bellissimo Franco non commovente ma originale scritto con garbo cervello e cuore Non sapevo nulla di quanto sopra sei stato davvero bravo e sensibile nel dire tutto. Grazie amico mio....:-) dario.
Federica
2013-02-14 10:23:24
Bellissimi i dipinti, densi di avvicendamenti. Nei prossimi giorno vedrò di trovare un attimo per visitare la mostra.